14 giugno 2014

Joe Henry - Invisible Hour (2014)

di Fabio Cerbone

Lungo viaggio attraverso le parole e l'anima di Joe Henry, Invisible Hour è quello che si potrebbe facilmente definire il personale stream of consciusness del folksinger americano, insomma quel famigerato "flusso di coscienza" che dal padre James Joyce a Van Morrison si è spesso trasposto anche nella musica popolare, con risultati "astrali". L'idea non è forzata, a patto certo di distinguere linguaggi e stili, che nel caso di Henry significano una forma di ballata elegante e scarna al tempo stesso, una perfezione quasi formale raggiunta dal suo modo di cantare, mai troppo lodato eppure riconoscibilissimo, e di raccontare i versi, tra schegge acustiche e delicate decorazioni degli strumenti a fiato. Divenuto un po' esteta di se stesso, questo va detto, l'artista di Pasadena - dove per quattro giorni alla fine di luglio del 2013 è stato inciso il nuovo ciclo di brani - rivendica la particolarità di Invisible Hour, un album assai intimo che per la prima volta, così dice lui, apre a nuove possibilità invece di cristallizzare un momento preciso della sua condizione di artista.


Dovremmo credergli sulla fiducia, così come quando cerca di esplicitare alcuni testi, facendo riferimento alla sua vita matrimoniale. Scendendo un po' più a terra e penetrando nel cuore di queste ballate, Invisible Hour rappresenta in fondo la summa del Joe Henry in chiave folk d'autore, quello che partito dalla bellezza agrodolce di Shuffletown e passato per la maturità di Civilians (ancora oggi il parto migliore sul versante più tradizionale della sua scrittura) è approdato al bianco e nero del precedente Reverie. Il tracciato è simile, l'ora di musica molto imparentata e certamente lontana dalle sperimentazioni più ardite - e anche dai vertici assoluti - di Tiny Voices o Scar: qui ci sono le ossature acustiche di Greg Leisz e John Smith, tra chitarre, mandola e weissenborn, il felpato tocco jazzy della ritmica, c'è il soffiare leggiadro del figlio Levon al clarinetto e sax, ci sono le voci degli ospiti Milk Carton Kids e Lisa Hannigan (spalla a spalla in Lead me On), più in generale c'è una musicalità affettata, sempre contenuta nella misura e sicura nel portamento.

E se la classe infinita dell'autore (le parole in Invisible Hour sono profonde e importanti, dallo spessore letterario sempre misterioso e ricco di metafore e confessioni…non a caso vi partecipa anche il romanziere Colum McCann) lo rende uno dei pochi "classici" attuali della canzone d'autore americana capaci di viaggiare al fianco con i suoi maestri (da Tom Waits a Bob Dylan, con un pizzico di Morrison, come già anticipato), è anche vero che dal trittico esemplare di Sparrow, Grave Angels e Sign (una sorta di saga familiare magnificamente malinconica, quasi nove minuti fluenti) posto in apertura, il disco non esce mai più dal seminato. Dettaglio essenziale per capirne il tenore molto, forse troppo uniforme e prepararsi ad accoglierlo con pazienza e animo affettuoso: servono entrambi per seguire le morbide curve di Swayed, i colori gospel di Plainspeak, le cadenze più roots di Every Sorrow e persino una Alice che, sarà complice il titolo, ricorda proprio il Tom Waits più amabile e acustico di inizio carriera.

Artisticamente non è forse il suo lavoro più rappresentativo, ma nalla fotografia d'insieme è un disco di grande levatura e ambizione, che pochi avrebbero il coraggio di proporre al loro pubblico. (3/5 voto mio)

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