9 luglio 2014

Phish - Fuego (2014)

di Giacomo Baroni

Dai campus delle università ai palchi di tutto il Nord America sull’onda del passaparola di milioni di fedeli seguaci, i Phish sono diventati a metà degli anni ’90 una delle jam band più note e amate degli Stati Uniti. Sostanze nel calderone: improvvisazioni pantagrueliche, straordinaria complicità con il pubblico e la garanzia di offrire sempre un evento unico.
I loro concerti di Halloween sono una tradizione attesissima dai fan. I Phish indossano un “costume musicale”, calandosi nei panni di un gruppo storico e interpretandone un album per intero. Nel 2013 ad Atlantic City, i quattro hanno invece deciso di fare uno scherzetto da vigilia di Ognissanti, impersonando se stessi nel futuro e presentando in anteprima il dodicesimo album della band, pubblicato poi il 24 giugno per la loro etichetta, la Jemp.
Accantonate le ore passate a tentare di estrarre idee da smisurate jam in studio, Fuego (Jemp, 2014) è un album che parla un linguaggio diverso. Prodotto da Bob Ezrin (Pink Floyd, Kiss, Peter Gabriel, Alice Cooper) e registrato a Nashville, è stato ragionato e costruito con pazienza in diverse sessioni di scrittura al “granaio” nel Vermont, la base della band, con il contributo di tutti i membri.

I brani che fanno immaginare risvolti live interessanti non mancano (non dimentichiamo che il palco resta il campo di gioco preferito dai Phish). Tuttavia tutti appaiono già completi e ridimensionano le grandi tirate strumentali, ma danno comunque modo alle notevoli capacità del chitarrista Trey Anastasio e compagni di emergere. I testi, nonostante una maggiore cura, rimangono l’unica componente che tende a scricchiolare, a parte rari casi dove non risultano banali, ma non vengono approfondite adeguatamente le buone idee emerse.
L’album si apre con la title track, un brano duro, dal carattere vagamente floydiano; il basso di Mike Gordon guida la Fuego del complesso, vecchia coupé Renault che dà il nome al pezzo, attraverso le diverse sezioni, e Jon Fishman con la sua batteria fa da propellente alla jam più estesa del disco. Segue The Line, canzone pop-rock senza troppe pretese dedicata al giocatore di basket Darius Washington Jr., che si trasforma in una riflessione sul destino. I cori e l’intreccio di voci sono la chiave di volta di Devotion To A Dream, Sing Monica e Waiting All Night, brano dai ritmi quasi caraibici. A metà strada dalla luna si raggiunge l’illuminazione e il piano di Page McConnell traccia la via con il suo tocco jazz in Halfway To The Moon. Winterqueen è una sorta di ballata dal carattere prog rock e 555 è un pezzo funk-soul, come funk-rap è anche l’ironica Wombat, un dialogo serrato a tre - tastiera, basso e chitarra - con iniezioni di ottoni. Chiude Wingsuit, altro brano che richiama i Pink Floyd.

Fuego non sarà un album rivoluzionario, ma segna un passo importante per un gruppo che, trent’anni di storia sulle spalle, riesce finalmente a risultare pienamente convincente anche su disco. (3,5/5 voto mio)

Fonte | Jamonline

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