15 settembre 2014

Counting Crows - Somewhere Under Wonderland (2014)

di Gianuario Rivelli

Dopo un Saturday Nights & Sunday Mornings dalla genesi sofferta e dall’esito controverso, dopo il lungo silenzio discografico (perlomeno sul fronte inediti) e le lune imprevedibili e cangianti di Adam Duritz, uccellacci dalle ali nere si erano addensati sulle teste dei fan dei Counting Crows. La notizia di nuove canzoni in uscita dopo sei anni più che con curiosità e impazienza, era stata da taluni accolta con un misto di circospezione e diffidenza, tanto più che il fiammeggiante covering dell’ottimo Underwater Sunshine (2012) più che gettare semi di nuove speranze, aveva instillato dubbi su un ineluttabile inaridimento creativo. Per una volta il pessimismo era mal riposto: l’appropriarsi di canzoni altrui, il cantare quel che piace e non quel che si deve aveva tolto pressione alla band, riaccendendo l’ispirazione del leader con i dreadlocks. Il suono acceso e fresco di quelle cover era l’embrione di quel che poi sarebbe diventato Somewhere Under Wonderland, nove canzoni vitali, coinvolgenti, frutto di rapide session nella casa newyorkese di Duritz (cinque di questi brani sono nati in soli sei giorni), con un ruolo più incisivo degli altri componenti in fase di scrittura.

Prodotto da Brian Deck, il sesto disco di inediti della band californiana non assomiglia a nessuno dei suoi predecessori (se non, a tratti, a Recovering the Satellites) ma non aspettatevi abiure o rivoluzioni: siamo sempre sospesi tra rock e pop, radici piegate al loro sound, chitarre energiche (David Bryson, Dan Vickrey e David Immerglück) e organo e tastiere (a firma del sempre impagabile Charlie Gillingham) a cesellare il tutto. Semmai, come detto, la rivoluzione è nella naturalezza con cui sono fuoriusciti i pezzi e nella leggerezza che trasudano, nonostante le trame sonore siano tutt’altro che banali, vedi l’esaltante Cover Up the Sun, autentico capolavoro di country rock vintage in cui Gillingham si esalta a punteggiare con il piano una melodia cristallina e senza tempo. Il manifesto di questa rinascita è Scarecrow, uno dei vertici non solo di questa raccolta ma del loro intero songbook, una miscela esplosiva che così può riuscire solo a loro: chitarre calibratissime, romanticismo, ritornello micidiale, coretti (do-do-do-do), liriche che scorazzano da una parte all’altra dell’America tra personaggi (John Doe, Geronimo), luoghi, icone (Miss America, guerra fredda, peepshow, Rolls Royce) e ineffabile tocco Crows. Un capitolo a parte lo merita Palisades Park, brano di apertura e singolo di lancio di oltre 8 minuti: una mini suite con lungo intro in cui duettano sommessamente tromba e piano che poi diventa una classica piano ballad con ritornello scatenato, quindi sfocia in un finale fin troppo stirato in cui Duritz si produce in uno dei suoi monologhi a briglia sciolta a metà tra talking e canto.

Che il frontman sia in libertà vigilata (speriamo definitiva) dai suoi fantasmi è evidente in Earthquake Driver, saltellante e irresistibile pop-rock con tanto di battimani, wurlitzer e humour diffuso anche nel testo (terror incognito/ o-bla-di/ li-bi-do). Ed è una goduria assistere alle chitarre che si rincorrono nella sfrenata Elvis Went to Hollywood, power-pop di razza che sembra sfornato da una band all’esordio e non da chi ha alle spalle oltre vent’anni di carriera e milioni di copie in saccoccia. E il Duritz proverbiale, quello in cui malinconia e dolcezza vanno oltre il livello di guardia? Tranquilli, i suoi aficionados saranno serviti in God of Ocean Tides, ma soprattutto nella magnifica Possibility Days, ballad di intensità parossistica, in cui il suo canto si fa accorato, quasi sofferente. Prezioso e destinato a scalare posizioni nel cuore dei fan come le cose che arrivano quando non te le aspetti, Somewhere Under Wonderland oltre che un grande disco, è anche una fucina di nuovi coriandoli da lanciare dal vivo, quindi il consiglio vigoroso è di non mancare le due date italiane (evento più unico che raro) del 22 e 23 novembre a Padova e a Milano. E sperare che la musa che ha nuovamente strizzato l’occhio ad Adam F. Duritz per queste nove meraviglie non si allontani da lui e gli faccia sognare altre melodie come quelle che da vent’anni in qua ci hanno cambiato la vita. Tanto poi a contare i corvi ci pensiamo noi. (3,5/5 voto mio)

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