13 novembre 2014

Antony And The Johnsons - Turning (2014)

di Stefano Solventi

Siamo dietro le quinte. Antony si rivolge alle tredici “magnifiche donne” che si sono avvicendate sul palco, complimentandosi con tutte. “E’ stato perfetto“, dice, “a parte qualche problemino con la mia voce“. Non so a quali problemi si riferisse il buon Hegarty, ma se avessero a che fare con quell’estro più terrigno, quella grana soul carnale e a tratti persino brusca che ne hanno mitigata la consueta spiritualità, sono problemi che gli auguro di affrontare spesso. La scena sta più o meno alla fine di Turning, docufilm diretto da Charles Atlas uscito due anni fa ed oggi pubblicato in DVD (più CD contenente l’intera scaletta dei brani).
Le riprese risalgono al 2006, quando Antony and the Johnsons, assieme ad Atlas, portarono in giro questo spettacolo che mescolava performance visuale e concerto: accanto ai musicisti (otto elementi – archi, legni, pianoforte, chitarra e fisarmonica – più Antony) si alternavano splendide figure femminili dall’identità sessuale varia e spesso indefinibile – donne, transessuali, genderqueer… – in posa plastica su un piedistallo rotante, la cui immagine veniva riprodotta anche su un megaschermo posto alle spalle della band. Questo doppio punto di vista dinamico creava assieme alle appassionate interpretazioni di Antony una sorta di introspezione della bellezza, un oltrepassare la barriera estetica per addentrarsi nei meccanismi della comprensione, la pietas come narrazione emotiva.
Processo che il documentario enfatizza, montando assieme alle esibizioni alcune interviste – condotte da Antony stesso – alle modelle. Nei loro racconti c’è la difficoltà dell’accettazione, la fierezza, l’amore per la vita, un tenace, sanguigno, insopprimibile senso di identità. Durante l’esibizione Antony sembra mettersi al loro servizio, canta per loro, le sue canzoni – pezzi clamorosi risalenti ai primi tre album come Twilight, Cripple and the Starfish ed un’invasata Kiss My Name – sembrano esistere da sempre per quel momento. E’ un film riuscito, diretto con lirismo denso ma misurato, il cui climax visionario coincide col montaggio alternato dei volti delle modelle con gli struggenti vocalizzi di Antony nel finale di Hope There’s Someone.
Il momento più commovente è però la sequenza della gita di Antony sulla Tour Eiffel assieme alla matematica giapponese ermafrodita Julia Yasuda, con la toccante One Dove in sottofondo: le loro mani verso il cielo parigino sembrano alludere ad un desiderio di realizzazione e libertà che travolge ogni questione di genere. E ci investe come a volte fa il chiarore dopo il buio. (3,5/5 voto mio)

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