21 novembre 2014

Gong - I See You (2014)

di Matteo Meda

Se un neofita del decennio d'oro del rock venisse a chiedere di una band del periodo alla quale avvicinarsi con estrema cautela, chi scrive nominerebbe immediatamente i Gong. Se lo stesso soggetto modificasse la domanda cercando informazioni sul gruppo più emblematico dell'intera decade seventies, la risposta sarebbe la medesima. I Gong sono l'hippie, il freak, Canterbury, la psichedelia, la follia e il genio riuniti sotto un unico, comun denominatore. I Gong sono una famiglia, una comune che ha vissuto la sua storia su un pianeta parallelo (Planet Gong, appunto), che come tutte ha il suo capo, la cui autorità è ciclicamente messa in discussione da altre personalità, fra le quali anche le più forti (cfr. Pierre Moerlen) hanno finito per dover abdicare.

E ci troviamo così nel 2014 con Daevid Allen ancora al timone, arzillo e instancabile settantaseienne dalla presa saldissima, fresco di vittoria di una prima (e ci auguriamo anche ultima) battaglia contro il cancro. Ci troviamo con un nuovo album che segue di cinque anni la festa del bellissimo “2032”, dove il nucleo più produttivo della comune (quello che ha firmato la fase seminale del marchio Gong, trilogia in testa, che per inciso costituisce un infinitesimo della produzione complessiva) si era ritrovato al gran completo, dando l'impressione che sul loro pianeta parallelo il tempo si fosse fermato al 1973. Ma ogni festa, si sa, in quanto tale è un episodio e tale è destinato a restare: ed ecco dunque che per “I See You” Allen è direttore, per l'ennesima volta, di un'orchestra in gran parte inedita, cui unici membri reduci dal passato sono il fiatista Ian Est e il bassista Dave Stuart.

Con loro, il figlio del capo Orlando alla batteria e i due chitarristi Fabio Golfetti (dritto dai Violeta de Outono) e Kavus Torabi (Monsoon Bassoon, Cardiacs, Knifeworld e mille altre esperienze minori), rispettivamente brasiliano e iraniano, ad ampliare ulteriormente lo spettro geografico dei componenti della band. E la cosa sorprendente è che quella che potrebbe sembrare (o forse a tutti gli effetti è) una band di supporto al solo Allen sforna quello che è forse il disco più coeso della carriera del gruppo.
L'incipit della title track è emblematico del contenuto dell'intero album: il tipico Gong-sound, in gran parte delle sue migliori sfaccettature (e sarebbe stato surreale aspettarsi dell'altro), tirato a lucido e ridotto ai minimi termini. E quest'ultimo è probabilmente l'aspetto più interessante, quello che fa del disco qualcosa in più di una semplice e nostalgica autocelebrazione.

La svisata ruvida di “Occupy” tanto quanto la scanzonata e fiabesca “Syllabub” e la nervosa “You See Me” rivelano infatti un'anima inconfondibile, ma anche dei tratti somatici inediti: nessun eccesso tecnico né esibizionistico, bensì un accento posto senza mezzi termini sulle progressioni melodiche, siano esse affidate alla chitarra piuttosto che ai fiati. L'assenza di un concept elaborato e complesso come quelli a cui Allen aveva abituato è un'ulteriore dimostrazione della scelta di puntare su una sobrietà che mai ci si sarebbe aspettati dal marchio Gong: fungono da perfetti esempi il viaggio nella foresta dell'esotica “Zion My T-Shirt”, il rito spiritato a suon di contrasti di “When God Shakes Hands With Devil”, ma anche la passeggiata cosmica in puro stile Hackett di “The Eternal Wheel Spins”.

Quelle poche volte che Allen concede spazio al suo estro folle, poi, ne escono passaggi ugualmente pittoreschi, come la filastrocca “Pixielation” o il curioso poema musicato di “This Revolution”, trip allucinati che continuano a dare una paga incalcolabile a gran parte degli alfieri contemporanei della psichedelia. La maestria si condensa infine in un saggio monolitico formato dal trittico di chiusura: l'incipit ai confini del noise di “A Brew Of Special Tea”, i dieci minuti di fanfara teatrale di “Thank You” e il buco nero conclusivo di “Shakti Yoni & Dingo Virgin”, un passaggio nello spazio aperto tanto caro ai corrieri cosmici tedeschi.
Quarant'anni suonati e non sentirli. Quarant'anni di amori, rancori, tradimenti, riappacificazioni. Di parole ne abbiamo già spese abbastanza, qui parla unicamente la musica: la leggenda continua. (voto mio 3,5/5)

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