26 febbraio 2015

José González - Vestiges & Claws (2015)

di Enrico Stradi

La densità mediatica dei nostri anni, durante i quali qualsiasi cosa deve uscire dall’ordinario per ottenere spazio attentivo, visibilità e approvazione, sta mostrando già da tempo i suoi lati negativi: dal mio punto di vista personale, in cima alle nefaste conseguenze della bulimia musicale, c’è che non badiamo più a tutti quei dischi che rifiutano già a priori il meccanismo dell’esaltazione e della gara a chi ci appiccica sopra il numero più alto di punti esclamativi. Dischi che in maniera più sintetica potremmo definire come “normali”, se l’aggettivo, per i motivi scritti sopra, non avesse un’accezione ormai irrimediabilmente negativa.

L’ultimo disco di José González è uno di quei dischi.
Il che d’altronde non è nemmeno una novità: già le cover degli esordi (Joy Division, The Knife, Massive Attack tra le meglio riuscite), il primo disco solista “Our Nature” e i successivi due album con i Junip (“Fields” del 2010 e “Junip” del 2013) erano prodotti di indiscutibile finezza ma che di certo non erano pensati per sbancare o far strappare i capelli. Insomma, José Gonzáles è fatto così: per quanto possibile, un artista che non bada a finire protagonista delle esaltazioni collettive della critica musicale.

Già da subito questo “Vestige & Claws” dimostra di non avere nessuna intenzione di essere il disco della svolta (e fortunatamente). Suoni soffusi, intimisti, folk pregiato, chitarra acustica, voce calda e sussurrata. Il tempo sembra non passare, e quello che si ascolta è praticamente identico a tutto quello che González ha suonato fino ad ora, e perché sia ben chiaro lo diciamo subito: non è un punto a sfavore. Più che all’evoluzione artistica, al ragazzo mezzo svedese e mezzo argentino sembra interessare infatti il perfezionamento del proprio stile: un labor limae che ha il solo fine di avvicinare quanto più possibile la musica suonata ai testi cantati. Quasi a fonderli insieme.
Infatti ancora più che nei dischi precedenti, solisti o no, in “Vestige & Claws” diventa evidente il tentativo di González di dare musica al mondo naturale. Tutti i pezzi che compongono l’album fanno riferimento più o meno palese alla natura, al tempo che passa, alla vita vissuta o a quella ancora da spendere, e tutti questi concetti sono fusi in una miscela elegantissima di folk classico, a cui siamo fortunatamente abituati.
Un suono che nella durata del disco subisce volutamente poche, pochissime variazioni stilistiche, e che proprio per questo non sarà digeribile per tutti. Il rischio skip esiste. Ma nell’insieme indefinito di pezzi che sembrano assomigliarsi tutti – e questo è bene o male a seconda di chi ascolta – spicca la gemma “Every Age”: una riflessione sul tempo che abbiamo da spendere, di come e a che velocità passa, delle persone con cui spenderlo, delle cose che lo rendono denso e memorabile o no: in poche parole, il punto più alto, sprituale, dell’album.

“Vestige & Claws” insomma non alzerà l’asticella personale di José González, semplicemente perché non è stato prodotto per farlo. Rimane un album pregiato, elegante, con quel profumo artigianale che contraddistingue le produzioni dell’artista in questione, a cui chiedere di più di così sarebbe un gesto da pretenziosi. Ad avercene di dischi del genere. (3,5/5 voto mio)

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