Steven Wilson - Hand. Cannot. Erase. (2015)

di Matteo Meda e Michele Palozzo

Per certi artisti è già abbastanza difficile trovare la propria voce, una forma espressiva che permetta di trasferire liberamente il proprio sentire all'altro. Non che la vena creativa di Steven Wilson fosse sacrificata all'interno dei Porcupine Tree, ma quella voce, che solo in certi sparuti episodi in studio emergeva con assoluta limpidezza, non poteva più rimanere confinata. Tra gli evocativi scenari post-seventies (ma ultimamente neanche troppo) dello storico progetto si celava un anelito molto più profondo: il desiderio di liberare quella "nostalgia factory" dagli schemi che il lavoro in gruppo inevitabilmente generava. Nell'ambizioso progetto di "The Raven That Refused To Sing" ciò si concretizzava nella direzione di un revival progressive completo e senza pari, tanto dal punto di vista narrativo quanto nel sound, tecnicamente straordinario e strabordante. Un solo episodio, la lirica "Drive Home", tracciava il filo rosso tra "Grace For Drowning" e quello che sarebbe stato ed è oggi "Hand. Cannot. Erase.".

Quello a cui siamo di fronte è l'approdo più maturo per la poetica del Wilson solista, nonché forse il suo primo vero disco da songwriter rock. Non c'è più quella sensazione di ricamo sul ricamo, quel barocco chiamato secondo taluni a mascherare carenze creative, quella forma così perfetta e ridondante da sovrastare il contenuto. C'è un passaggio di consegne tra presente e passato che prende forma in “3 Years Older”, l'ultimo omaggio ai Genesis prima del tramonto, introdotto in “First Regret” da un tappeto di piano ed elettronica soffusa. L'arrivo del mattino creativo è per certi versi sconvolgente: a inaugurarlo la title track, una pop song sincopata in cui emergono con forza radici british – e non è un caso che qui si trovi uno dei numerosi assoli memori dei Camel di Andrew Latimer. Bastano poche parole a celebrare la resistenza di un legame autentico che, tra sensi di colpa e reciproche solitudini, non cede comunque al peso degli anni.

Il tempo, la sua inerzia e l'impotenza dell'individuo nei suoi confronti: questo in definitiva è il tema che, in varie vesti testuali e musicali, con insistenza si manifesta “Hand. Cannot. Erase.”. Lo sforzo di Wilson è quello di cercare di esprimerlo da una prospettiva femminile, trasfigurando all'occorrenza il caso di Joyce Vincent, ritrovata morta dopo tre anni da dispersa durante i quali nessuno si era reso conto della sua assenza. Il placebo dell'abitudine eretto a principale responsabile, ma al tempo stesso scomodo (e finto) alleato nella lunga analisi di “Routine” (Routine keeps me in line / Helps me pass the time / Concentrate my mind / Helps me to sleep), tra mille cambi di scenografia il cui comun denominatore sta nella meticcia trasfigurazione prog di Steve Hackett. Nel turbinio di immagini e suoni in salsa trip-hop di “Perfect Life” è la stessa Joyce a raccontare dettagli della sua storia, tramite la voce narrativa di Katherine Jenkins.

Rimane salda, in tutto ciò, la libertà di seguire i propri flussi di coscienza e memoria musicale: la matrice prog sopravvive nello spirito e nell'ossatura dell'insieme, ma le singole sequenze vanno a toccare una gamma assai più ampia di influenze e sfumature. Merito anche della band, la stessa di "The Raven..." qui confermatissima seppur in un contesto totalmente diverso. Chiare reminiscenze prendono dunque forma nella parte centrale dell'album: la prima alla furia di “Insurgentes” rievocata con classe su “Home Invasion”, la seconda all'era psichedelica, nello spettacolare assolo di Moog di “Regret #9”. Altre sono sparpagliate nel quarto d'ora scarso di “Ancestral”, dallo scenario marziale dei primi minuti alle esplosioni ripetute della seconda metà, con tanto di travolgente assolo di chitarra.

La natura silenziosamente autobiografica dei testi, celata dietro la metafora narrativa, rivela la sua portata in “Transience”: un episodio coerentemente breve, l'istante che sfugge di mano a Wilson bambino ("It's only the start", ripete incessante), in viaggio sulle rotaie di un treno e sui sentieri di un folk melanconico, da annoverare tra i frammenti più intimi che egli abbia mai scritto. Il culmine di questa è raggiunto nello straziante pre-finale di “Happy Returns”, ipotetica lettera al fratello che sa di appendice a “Time Flies” - probabilmente il testamento dei Porcupine Tree (Hey brother, I’d love to tell you I’ve been busy/ but that would be a lie/ 'cos the truth is the years just pass like trains/ I wave but they don’t slow down). Un'epoca, quella delle band e dei tanti progetti meticci, che si chiude forse definitivamente, per dare spazio alla definitiva consacrazione di Steven Wilson. Musicista, songwriter e prima ancora artista e uomo, (finalmente) libero di far sentire la sua voce. (Mia valutazione: Buono)

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