Punch Brothers - The Phosphorescent Blues (2015)

di Francesco Nunziata

Fin dal loro primo disco (“Punch”, targato 2008), gli americani Punch Brothers si sono imposti come una delle realtà più intriganti del cosiddetto “progressive bluegrass”, un modo “aperto” di intendere (per il tramite di elementi che fanno riferimento al jazz, alla musica classica e al pop) uno dei generi più importanti della tradizione musicale statunitense.

Con “The Phosphorescent Blues” (quarto parto della loro carriera), il mandolinista Chris Thile, il chitarrista Chris Eldridge, il banjoista Noam Pikelny, il violinista Gabe Witcher e il bassista Paul Kowert rinnovano la graziosa magia di un sound che, a questo giro, la produzione di T Bone Burnett rende ancora più cristallino e “caldo”. Posto proprio all’inizio, “Familiarity” è, con i suoi oltre dieci minuti di durata, il brano più complesso del disco. Attorno al frenetico mandolino di Thile, si polarizzano poco alla volta tutti gli strumenti. Ci si trova, quindi, nel bel mezzo di un eroico fragore di corde e di pelli, prima che tutto si disperda e dalle ceneri il suono rinasca con un delicato afflato nostalgico, che direziona il brano verso una tenera estasi fatta di purissima poesia. Se i retaggi classici, oltre a segnare in lungo e in largo un po’ tutti i brani, sono esposti senza mezzi termini nello sbarazzino omaggio a Debussy di “Passepied” e in un “Prelude” che guarda a Scriabin, le radici del genere sono dissotterrate senza mezzi termini nello stomp di “Bool Weevil” (con cui facciamo un tuffo nelle vecchie e scalmanate feste da ballo di inizio secolo).

Altrove, invece, le stesse tornano buone per contaminazioni e sintesi, mostrando quanto la band abbia ancora voglia di allargare i propri orizzonti: il glorioso ritornello soul-pop di “I Blew It Off”, le suadenti movenze gospel di “My Oh My” (in cui le voci e i cuori sono armonizzati per lanciare a tutto il mondo un messaggio forte e chiaro: “Out from underneath our thumbs / So let freedom vibrate, not ring / ‘Cause we can’t listen to everyone / Wanna hear ourselves sing”) e, quindi, la poderosa filigrana blues di “Magnet”, in cui T Bone Burnett si diverte con qualche sortita elettrica. Verso la fine, la crepuscolare elegia di “Forgotten” getta uno sguardo verso il fondo del mondo, prima che il crescendo di voci di “Little Lights” si spenga in un fragile deliquio. (Mia valutazione: Buono)

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