7 aprile 2015

Ryley Walker - Primrose Green (2015)

di Ricardo Martillos

Il secondo disco dell'uomo di Chicago, Ryley Walker, era uno dei lavori più attesi di questo 2015, dopo il suo bellissimo album d'esordio, "All kinds of you". Walker ha un passato, nemmeno troppo lontano, di chitarrista acustico, sulle tracce dei vari Fahey, Basho e di tutta la Takoma family. Nel 2011 erano uscite, in copie limitatissime, 2 cassette, una delle quali in compagnia di Daniel Bachman, altro virtuoso della sei corde acustica. Il suo primo album raccontava di un musicista ancorato ad un suono prettamente acustico, debitore di un suono recuperato da un grande come Bert Jansch, sia strumentalmente che vocalmente. Per il nuovo disco, "Primrose green" il giovane chitarrista ha arricchito in diverse tracce l'impasto musicale, facendosi accompagnare da uno stuolo di strumentisti fra i migliori in circolazione. Una operazione che ricorda da vicino quella effettuata quasi 50 anni prima da Van Morrison ai tempi della pietra miliare "Astral weeks", la cui copertina, al pari di una simile dei Matthews Southern Comfort del 1969, è stata fra le altre cose motivo di indubbia ispirazione per il disco di Ryley. L'uomo di Belfast si era affidato a jazzisti professionisti, perché sentiva che per le sue straordinarie composizioni occorreva il meglio in circolazione. Le canzoni di questo "Primrose green" non sono ovviamente straordinarie come quelle delle settimane astrali - non le sfiorano nemmeno - ma sono decisamente apprezzabili.

Questo secondo lavoro appare in tutto e per tutto un sentito e incondizionato omaggio a tre grandi interpreti che hanno segnato la pur breve esistenza del giovane Walker. I loro nomi sono, in ordine di apparizione, o meglio di sparizione (sono tutti tristemente deceduti), Tim Buckley, John Martyn e Bert Jansch. Del grande californiano Ryley cerca di recuperare il magico sound dell'epoca di "Happy Sad" e "Blue afternoon", suono documentato superbamente anche dal live postumo "Live at the Troubadour 1969". Uno dei momenti più felici dell'era Buckley, prima della svolta sperimentale. La coppia di pezzi posti subito all'inizio, Primrose green e Summer dress sono la testimonianza più evidente della ricerca di una sonorità magica che si pensava irripetibile. Dal vivo i due pezzi vengono sovente dilatati oltremisura, dando spesso origine ad improvvisazioni a ruota libera. Il ricco tappeto sonoro è reso possibile grazie a musicisti molto bravi come Anton Hatwich, al contrabbasso, Fred Lonborg-Holm, al violoncello, Jason Adasiewicz al vibrafono, Brian Sulpizio alla ryley-walker-6chitarra, Ben Boye al piano e Frank Rosaly alla batteria. Una formazione molto valida che speriamo di vedere in azione anche dalla nostre parti, sempre che Mr.Walker decida di visitarci nei prossimi mesi. Non tutto il disco però vira in questa direzione. Same minds, On the banks of the old Kishwaukee, la bella The high road, ci riportano alle atmosfere più rassicuranti del disco d'esordio, la voce che ricorda una volta Bert Jansch, l'altra John Martyn e le atmosfere tranquille che sanno tanto di folk revival inglese dei settanta. E Walker non si dimentica di essere un bravo chitarrista acustico (Griffith buck's blues, con John Fahey ben in testa).

Ma proprio John Martyn viene citato pesantemente da Sweet satisfaction, al limite del plagio, visto che Ryley si sforza di cantare esattamente come il grande scozzese scomparso, recita parole che ricordano molto la celebre I'd Rather Be The Devil e finisce con un assolo finale di chitarra elettrica alla quale manca solo l'echoplex per essere ryleyuguale a quel pezzo. Quello che desta perplessità è il perché Ryley si sforzi di imitare vocalmente certi artisti del passato: Martyn, Buckley appunto, quando i mezzi tecnici a sua disposizione non glielo permettono. Una piccola curiosità sull'album o un piccolo mistero se volete. Questo disco di Ryley Walker, al pari di quello, splendido, di Bill Fay, è stato prematuramente immesso in rete (anche due mesi prima) favorendo un pre-ascolto non si sa quanto voluto da parte della etichetta. I due artisti, forse non casualmente, appartengono entrambi alla Dead Oceans e dubitiamo che questa libera circolazione dei due dischi sia stata un scelta deliberata da parte della stessa. Primrose green non si può considerare un passo ryleyin avanti nell'avventura musicale del ragazzo di Chicago, piuttosto un tentativo, in fondo riuscito, di far suonare un suo disco come quelli dei suoi tre eroi di gioventù. Se fosse uscito negli anni settanta lo avremmo sicuramente apprezzato di più, ma del resto essere originali è merce rara in questo 2015. Per il futuro però è lecito aspettarsi opere più spontanee e genuine da parte di Walker, meno accondiscendenti verso certe sonorità del passato e più conformi al suo status di bravo performer e compositore. (Mia valutazione: distinto)

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