13 aprile 2015

Sufjan Stevens - Carrie & Lowell (2015)

di Gabriele Benzing

“I don’t know where to begin”. Difficile immaginare una confessione più disarmata, per uno che di mestiere fa il cantastorie. Scoprirsi così sopraffatti da aver perso le parole. Da aver paura persino di affrontare il silenzio.
Difficile immaginarlo soprattutto per uno come Sufjan l’eclettico, quello del giro dell’America in cinquanta album e delle lettere aperte a Miley Cyrus su Tumblr. Ma in “Carrie & Lowell” le cose sono diverse: “Questo non è il mio progetto artistico. Questa è la mia vita”. E il gioco dei trasformismi lascia il posto alla carne e al sangue dell’esperienza.

Niente architetture barocche, niente trovate spiazzanti. A Sufjan Stevens stavolta non interessa stupire. Gli basta un rincorrersi cristallino di arpeggi, ad accompagnare la fragilità di una voce più indifesa che mai. Una voce pronta a sdoppiarsi come nel riflesso di uno specchio, trasformando all’improvviso la solitudine in coro. Lo si sente sin dalle prime note di “Death With Dignity”, con una carezza di tastiere che fa capolino solo per sfiorare i contorni della melodia. La stoffa è quella delle “John Wayne Gacy jr.” di un tempo: la vena del cantautorato più intimo di Stevens.
Eppure, c’è una nudità senza precedenti, per lui, nelle atmosfere rarefatte di “Carrie & Lowell”. Il segreto è racchiuso già nel titolo dell’album, nella dedica a Carrie e Lowell, la madre e il patrigno di Stevens. Una madre che l’ha abbandonato ancora bambino e che un male incurabile gli ha strappato via prima che potesse davvero riconciliarsi con le cicatrici di quel distacco. Guardare in faccia la sua morte significa guardare in faccia il vuoto rimasto dentro di sé, significa guardare in faccia tutto il proprio disperato bisogno di senso.

Le canzoni diventano sospiri da catturare prima che svaniscano, anche solo attraverso le registrazioni vocali di un telefono, in una camera d’albergo in qualche angolo dell’America. L’essenza sta nelle sfumature, nei tratteggi acustici che trascolorano in un vapore di tastiere sul finale di “Drawn To The Blood”, nel librarsi inatteso tra le pieghe di “Should Have Known Better” di palpiti sintetici che sembrano sognati dai Tunng. Come un’unica, lunga elegia, fino all’incedere solenne di gospel con cui “Blue Bucket Of Gold” va a segnare l’epilogo del disco.
Uno sguardo smarrito in un negozio di videocassette, la brezza estiva tra i boschi dell’Oregon, l’eco della voce di un insegnante di nuoto: le immagini scorrono come in una vecchia pellicola a 8 millimetri, ma le memorie hanno solo l’effetto di acuire la ferita. Con il sapore di una pagina apocrifa di Elliott Smith, la delicatezza di “The Only Thing” fa da contraltare al moltiplicarsi angoscioso degli interrogativi. Come si può sapere di essere stati amati davvero? Come si può convivere con un fantasma? Come si può stare di fronte all’insostenibile evidenza della realtà?

Ogni respiro, lungo il percorso, è carico della stessa densità degli Eels di “Electro-Shock Blues” o del Bon Iver di “For Emma, Forever Ago”: pietre di paragone naturali di un disco che non teme di rivaleggiare con “Illinois” per purezza di ispirazione.
Un’aura evanescente di synth lambisce la title track, ricami elettrici si intrecciano in “All Of Me Wants All Of You”. Poi, è un tappeto di tastiere a conquistare il centro della scena, avvolgendo in “Fourth Of July” l’ultimo dialogo su un letto di ospedale con un senso di struggimento da togliere il fiato. “We’ll all gonna die”, mormora Stevens. Non è rassegnazione, è il suo esatto opposto: è la consapevolezza da cui nasce la domanda più radicale, quella sul proprio destino. Quel destino che sembra svuotare le speranze, condannando alla stessa spirale di autodistruzione dei propri genitori.

Ma il cuore non smette di desiderare, con tutta la sua fame disordinata e impetuosa: “I am a man with a heart that offends with its lonely and greedy demands”, proclama “John My Beloved” sul pungolo di una nota insistita di piano.
E a chi desidera, presto o tardi, la vita risponde. Basta il sorriso di una nipote che si affaccia al mondo: “My brother had a daughter/ The beauty that she brings, illumination”. Il respiro corale che sboccia dal beat lieve di “Should Have Known Better” solleva il rimpianto in un canto di rinascita. Inutile guardare indietro: “Nothing can be changed/ The past is still the past, the bridge to nowhere”. Conta solo il qui e ora, l’instancabile riaffermarsi della bellezza. Ogni cosa è illuminata. (Mia valutazione: Distinto)

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