23 aprile 2015

Villagers - Darling Arithmetic (2015)

di Lorenzo Righetto

È difficile non pensare al passo evangelico del figliol prodigo nell’ascoltare il terzo disco di Conor O’Brien, per gli ascoltatori Villagers. Che si creda o no, non perché, dopo la bagarre elettronica e sopra le righe di “{Awayland}”, il cantautore irlandese è tornato a una strumentazione quasi del tutto “organica”, ma perché ha ritrovato quel tocco espressivo che sembrava perso, e in così poco tempo – come se Chris Martin avesse scritto “Mylo Xyloto” subito dopo “Parachutes”.

Ma il mondo della musica è quasi per tutti accelerato, e così, forse, non è pensabile per un giovane artista ripetere pedissequamente non solo le sonorità, ma anche la scrittura dei pezzi, la cosa forse più personale che un cantautore può avere, da un disco all’altro. In tutto questo, “Darling Arithmetic” è solo apparentemente un ritorno alle origini, perché le atmosfere ma anche i riferimenti non sono gli stessi di “Becoming A Jackal” – semplicemente, non si tratta di un salto pindarico ma un intelligente riprocessamento della propria proposta artistica.
A Conor nel frattempo è cresciuta la barba, e “Darling Arithmetic” suona così come il prodotto di un artista consumato ma non di maniera, con temi e toni che ricordano da vicino il caro Doveman, sempre più punto di riferimento, col suo tenue minimalismo (“Dawning On Me”, la struggente “Death Trap Kid”). A partire dai testi, lì davvero un completo rivolgimento verso un'espressività più esplicita.

Il talento di O’Brien è però del tutto personale, e gli permette di inserire ben maggiori variazioni, al di sotto della veste sottomessa e understated del disco: una strimpellata soul-folk come la bella “Everything I Am Is Yours” si specchia nella ballata country “Hot Scary Summer”, per poi strizzare l’occhio al crooning che spopola quest’anno con la classe di “No One To Blame”. Tutto questo dopo che “Courage” aveva riportato alle orecchie l’obliquo e memorabile songwriting di “Becoming A Jackal”, in tono “minore” in tutti i sensi.
A proposito, “Little Bigot” è un’altra traccia che si potrebbe trovare probabilmente solo in un disco a nome Villagers, con la sua atmosfera misteriosa, interrotta dai lampi dei riff spagnoleggianti, un’imprendibile, sfuggente linea vocale: uno dei capolavori del disco.

Spesso non capita di ritrovare in modo così smagliante un artista, un cantautore, ma quando capita si può dire quasi che la soddisfazione nell’ascolto sia anche maggiore: un grande applauso a Conor O’Brien. (Mia Valutazione: Distinto)

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