4 maggio 2015

Mikal Cronin - MCIII (2015)

di Salvatore Setola

Non c’è niente di meno rock’n’roll della serenità, e Schopenhauer ha fatto più danni del proibizionismo. Quando scriveva che per condurre un’esistenza felice occorre abbandonare le passioni, i desideri e qualsiasi ambizione, praticamente stava affermando che la felicità non appartiene a questo mondo. Quindi tanto vale mettersi il cuore in pace e accontentarsi del suo surrogato sfigato: la serenità appunto. Grazie per la premurosa dritta, Arthur, ma se proprio dobbiamo viverla, questa cosa inspiegabile chiamata vita, allora vogliamo essere felici, non sereni. E non c’è niente di più rock’n’roll della felicità. Perché comporta il rischio dell’infelicità, il guasto di fallirla.
Ecco, tra le insenature di quel guasto si inserisce Mikal Cronin con la sua musica fatta di malinconia gozzaniana per le rose non colte e slanci vitali che - quella malinconia - la inceneriscono sotto il sole di melodie power pop, chitarre basculanti surf-punk e una rabbia esistenziale (per la cronaca, il disco preferito di Mikal è “In Utero”) che non sprofonda mai nel pessimismo, bensì lo ricicla purificandolo in energia nuova. La solita magnifica fregatura adolescenziale del pop-rock: ti seduce con promesse e illusioni per poi abbandonarti non appena realizzi che la vita non è esattamente una canzone dei Kinks. Che però non sarà mai una buona ragione per smettere di ascoltare “Something Else”.

Vale la pena ascoltarlo eccome, Mikal Cronin, anche se l’esperienza ormai comincia a insinuare il dubbio che forse il caro vecchio Schopenhauer non aveva poi tutti i torti. Ma il rock’n’roll non è nato per deprimerci o disincantarci. È nato per farci sognare e farci svegliare più sognatori di prima; è nato per farci sorridere e piangere, e sudare, e gridare, e desiderare ciò che probabilmente mai avremo, e bruciare, e non spegnerci più. Nonostante le delusioni e i tormenti di cui spesso si nutre. Le canzoni di Mikal Cronin fanno questo - tutto quel che serve - sia nell’omonimo esordio del 2011, in cui armonie sixties si impregnavano della medesima melma garage nella quale già sguazzava l’amico Ty Segall – sia soprattutto nel successivo “MCII”, dove il sound veniva levigato e Mikal si faceva più poetico ed epico, elegiaco ancorché primaverile.
In questo nuovo lavoro il chitarrista californiano continua lungo la strada imboccata col predecessore dando pienamente fondo alla propria vena cantautorale, assecondata ora in maniera più decisa senza che la riconoscibilità sonora ne risulti alterata. La scrittura rimane miracolosamente fresca e leggera, pur calcando la mano sul pathos per mezzo di arrangiamenti – curati integralmente dallo stesso autore – forbiti e qualche volta persino deliziosamente eccentrici (la coda di “Gold”, spettacolare congiura di colate abrasive alla Spacemen 3 e nettare mediterraneo essudato da uno strumento a corde greco, lo tzouras). La stessa strutturazione della tracklist denota ambizioni da grandeur anni Settanta, giacché la scaletta è suddivisa in due atti, di cui il secondo corrisponde a una sorta di mini-opera in sei parti dal contenuto autobiografico: il periodo in cui, alla soglia dei diciotto anni, Mikal - ritrovatosi solo lontano dalla natìa California - perse il contatto con se stesso.

Che li si prenda singolarmente o piuttosto nel complesso, gli undici episodi di “MCIII” presentano comunque l’identica caratteristica che contrassegna l’intero canzoniere di Cronin, ossia il prodigio di mantenersi incredibilmente equidistanti tanto dalla frivolezza quanto dalla seriosità asfissiante. È raro, oggi, trovare un songwriter che resista alla mortificante tentazione di ammantare la propria estetica di un’aura di effettata dannazione, di intimismo sovente artefatto, da esibire a ingannevole garanzia di ispirazione. Del resto, il fattore che distingue Mikal Cronin da tanti suoi colleghi è ciò che di più banale e prezioso la sua musica comunica: la gioia non è un sentimento meno profondo della sua mancanza così come essere introspettivi non significa automaticamente essere tristi.

È la lezione di Alex Chilton e Norman Blake, che Mikal aveva evidentemente ripetuto a memoria prima di incidere “MCII” e non ha certo lasciato in un cassetto per questo nuovo capitolo discografico. Come nel precedente album si avverte allora lo spirito guida dei Big Star, quelli più vespertini di “Blue Moon” e “Take Care” stavolta (gli archi che sorgono magniloquenti all’alba dell’impetuosa “Turn Around”, quelli che in “Different” risplendono di maestà lunare) che è come restare nella stessa area geografica spostandosi solo di latitudine. Si odono altresì echi di Teenage Fanclub, in particolare nelle dinamiche melodiche di “Made My Mind Up” e “Feel Like”. Non mancano nemmeno i vagiti grunge (i coriacei power chords che inaugurano la furente “Ready”) e le modulazioni vocali surf (l’irresistibile “Control”), mentre il boogie sfavillante di “Say” – con il serrato incipit di basso e lo sgargiante accompagnamento di fiati in crescendo - sembra tendere l’orecchio al power pop meno ortodosso dei 20/20. La malinconia gozzaniana, infine, non è affatto sparita; anzi si è sublimata assumendo i tratti della transverberazione barocca nel madrigale per acustica e violoncello di “I’ve Been Loved”.

“MCII” fu accolto su questa webzine con un sei e mezzo. Onestamente, per quel che mi riguarda si trattava di un disco da otto secco (e bacio in fronte). Di conseguenza il sette e mezzo a “MCIII” rischia di essere interpretato o come un passo avanti o come un mezzo passo indietro. Interpretazioni fuorvianti entrambe dal momento che un disco non è fatto di numeri ma di note e parole, le quali - grazie a Dio - non sono scienza. Mikal Cronin le ha combinate ancora una volta magnificamente, in questo senso non si è mosso di un passo. È ancora lì, in un pomeriggio primaverile, esattamente sulla stessa zolla di una spiaggia deserta a riflettere sui rompicapi della vita e dei sentimenti, a urlare quesiti al sole aspettando - come in “Weight" - che la marea porti a riva qualche risposta. Solo che a questo giro si è attardato, trattenendosi fin oltre il tramonto. Per godersi, magari, il dolce profumo della sera. (Mia valutazione: Distinto)

0 commenti: