20 maggio 2015

Surfer Blood - 1000 Palms (2015)

di Daniele Russo

Molto probabilmente, se fossi nato in Florida, in particolare a Palm Beach, in questo momento non sarei qui a scrivere né tantomeno passerei il mio tempo a recensire album o a fare musica. Rifacendomi a quell’immaginario collettivo che avvolge quasi tutti noi quando pensiamo alla Florida, a quest’ora sarei uno di quegli studenti dei college americani che abbiamo imparato ad apprezzare nei telefilm: perennemente in costume, con una lattina in mano e sempre pronto a fare surf. Per questo motivo apprezzo molto i Surfer Blood, ma solo per questo. Tre album in cinque anni non sono una cosa da tutti, soprattutto se si è giovani e si viene da Palm Beach! Per non parlare poi del fatto di aver cambiato tre etichette per altrettanti album, insomma: i ragazzi l’impegno ce lo mettono. Solo che, come direbbe la mia professoressa del liceo, “l’impegno non è tutto, ci vuole anche altro”.

A cinque anni dal loro debutto, i Surfer tornano con 1000 Palms: un album che cerca di ritrovare lo spirito e l’entusiasmo di quei periodi , ma non ci riesce. Se, infatti, abbandonare una major come la Warner per ritornare nel circuito indipendente è stata una scelta volta alla “ possibilità di potersi esprimere liberamente e senza alcun tipo di freno, proprio come agli esordi ”, a conti fatti la differenza non è che sia così elevata, anzi. Se eliminiamo il fatto che le registrazioni sono state fatte nel salotto di casa del batterista Tyler Schwarz – questo sì che vuol dire non avere freni ed essere davvero indie! – non c’è nulla di diverso o di innovativo rispetto al passato. Forse solo qualche synth in più e qualche riff di chitarra in meno. Fatta eccezione per Dorian, gli undici brani di 1000 Palms sono tutti abbastanza brevi e scorrevoli, ma nessuno vi resterà impresso nella testa per giorni. La tracklist sembra essere stata buttata lì a caso e i brani – a dirla tutta – non hanno una grande incisività. L’abbondanza di tracce mid-tempo e vagamente allegre – vedi Point of No Return e Island -, unite a testi che non spiccano certo per profondità, rendono l’album un po’ monotono. Ogni canzone rispetta lo stesso registro: chitarrina iniziale, strofa leggera, ritornello e infine assolo. Canzone successiva? Idem. E dopo ancora? Uguale. Purtroppo non si trova mai una variazione né tantomeno un leggero cambio di atmosfera tra una traccia e l’altra. Uniche eccezioni: I Cant’t Explain (il brano più riuscito dell’album) e la delicata e semi-acustica NW Passage, che adirittura, in chiusura di album, ci regala una coda di trenta secondi di uccellini che cinguettano (idea abbastanza carina se non fosse che per tutti i due minuti precedenti il testo del brano non ha fatto altro che ripetere la frase “We have found a North West passage”).

Insomma, tornando a quanto diceva la mia prof., devo amaramente darle ragione. L’impegno non basta. Eh sì, ci vuole anche qualcos’altro. Se fossero degli studenti, i Surfer Blood forse non meriterebbero di essere bocciati – perché in fin dei conti il loro lavoro non è né migliore né peggiore dei precedenti – ma di sicuro non possono pensare di guadagnarsi una promozione a pieni voti con un album del genere. Date le premesse era forse il momento giusto per il salto di qualità, e invece ci troviamo di fronte all’ennesima sorta di raccolta indie-pop. Perciò, miei cari Surfer, facciamo come si faceva un tempo: siete rimandati a settembre. Studiate e recuperate quelle due o tre materie nelle quali siete carenti. Ci rivediamo il prossimo anno con un nuovo album e una nuova etichetta. E se nemmeno questa dovrebbe funzionare beh, vi restano sempre le spiagge della Florida e il surf! (Mia Valutazione: Buono)

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