11 settembre 2015

Foals - What Went Down (2015)

di Andrea Macrì

L’equilibrio instabile tra autenticità e teatrino messo in piedi per piacere a tutti i costi (leggi: paraculaggine) è forse la più grande questione irrisolta, nell’attuale panorama musicale, questo perché molti hanno scoperto che la prima può anche appartenere al mainstream e la seconda spesso si insinua – in molti casi tracimando – in quello che un tempo avremmo chiamato “alternative”. Tutto, in questo schema interpretativo, congiurava dunque contro i Foals, band major che però, come molte altre, si rivolge ad un pubblico poco mainstream. Il modo in cui si è arrivati a questo What Went Down, poi, fa riflettere: l’evoluzione del loro suono (passato nei dischi precedenti attraverso accenti coldplayiani e math-rock); il pathos ostentato in molti pezzi, frutto spesso della voce sofferta del cantante Yannis Philippakis; il luogo in cui l’album è stato registrato e l’ispirazione legata ad esso (rispettivamente, Saint-Rémy-De-Provence e Van Gogh, che lì visse internato).
Tutti elementi che avrebbero potuto far nutrire sospetti sull’eccessiva seriosità del disco, e che trovano un’iniziale conferma nella produzione, curata qui da James Ford dei Simian Mobile Disco: quel suono di batteria in primo piano di chiara matrice revival new wave (siamo dalle parti dei Bloc Party, per dare un’idea) che appiattisce in parte il disco, non fornendogli la giusta spazialità per risultare profondo senza essere troppo compresso. In verità, dopo alcuni ascolti, ci si rende conto che la produzione quasi muscolare fa risaltare, nella sua imperfezione, tutto ciò che il quintetto inglese mette sul piatto. Gli arrangiamenti ricchissimi ma mai ridondanti, il pop elegante (Give It All) o battente (la traccia che dà il titolo al disco), il fantasma dei menzionati Coldplay di Albatross che però trova nell’insistenza ritmica un senso attuale, la tensione e il rilascio da jam session tra Horrors e una band space rock qualsiasi della conclusiva A Knife In The Ocean.
Quello dei Foals è un percorso che porta la band ad uscire dalle secche calligrafiche del pop mainstream (pur appartenendo a quel contesto, a livello contrattuale) per approdare in territori avventurosi, meno chitarristici ma ugualmente tortuosi, a metà strada tra gli ultimi Cymbals Eat Guitars e gli Other Lives. Nonostante alcuni passi leggermente fuori fuoco, il qui presente è un disco che si lascia ascoltare e – a volte – apprezzare. (Mia valutazione: Buono)

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