1 ottobre 2015

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Omonimo (2015)

di Massimo Orsi

Sicuramente, il disco che mi appresto a recensire sarà in cima alla mia personale lista dei migliori dell’ anno, un’ autentica sorpresa.
Questo cantautore cresciuto in Missouri, ma spostatosi appena diciottenne a Denver, proprio per inseguire il suo sogno di musicista a tempo pieno, prima su territori folk rock con i dischi (a nome Nathaniel Rateliff & The Wheel) “Desire and Dissolving Men”, edito nel 2007, seguito da due album da solista, “In Memory of Loss” (in USA nel 2010 tramite Rounder Records, in Europa nel 2011 tramite Decca Records) e “Falling Faster Than You Can Run” (del 2013, tramite etichetta indipendente “mod y vi Records”), supportato da un tour in compagnia di comprimari famosi come The Lumineers e Dr.Hog.
Nei due anni successivi Rateliff raggiunge una piena maturazione ed un cambio importante nel suo modo di proporre musica. La sua evoluzione lo porta ad esplorare territori radicati nel Soul, nel R&B e Gospel che, mischiati alle sue radici bianche folk-rock ed honky tonk, ne scaturiscono un sound esplosivo ed accattivante.
Aiutato dal produttore Richard Swift, firma un contratto con la leggendaria etichetta Stax Records, decide quindi di fondare il gruppo “The Night Sweats”, un combo composto dal chitarrista Joseph Pope III, Mark Shusterman (tastiere), Patrick Meese (batteria), Luke Mossman (basso) ed i fiati di Wesley Watkins (tromba) e Andy Wild (sax).
Il sound richiama Otis Redding, Sam Cooke, Sam & Dave e Van Morrison ed è carico ed irresistibile; nelle esibizioni live presenti sul web mi sembra possegga anche il carisma di un novello Bruce Springsteen.
Belle canzoni di soul classico, ma suonate con forza e tutte estremamente godibili: sono diversi giorni che ascolto l’album quasi ininterrottamente e la voglia di rimetterlo da capo è sempre la stessa. Quest’anno mi è capitato raramente.
Non c’è un brano sottotono, a partire dall’iniziale ” I Never Need Get Old” intro di chitarra, poi entra la band con un suono molto vicino all’ Asbury Sound caro alla E-Street Band oppure ai Jukes di Johnny Lyon, la voce pacata di Nathaniel che progressivamente diventa più corposa con l’entrata in gioco dei fiati. Qui ci troviamo a fare i conti con almeno cinquant’anni di musica di grande qualtià, con atmosfere che richiamano, i grandi del soul ma anche Van Morrison, Bruce, Bob Seger e pure i Rolling Stones.
La successiva ” Howling At Nothing” è più ancorata ai classici suoni soul, con la voce da shouter di Nathaniel supportata dai cori (sembra un vecchio brano di Sam Cooke) e dalla batteria; solo la chitarra infila qua e la piccoli assoli meno vintage. Con “Trying So Hard Not To Know” siamo dalle parti di Wilson Pickett ed Otis Redding, la voce urlata del leader è quasi rauca, grande lavoro delle percussioni e la chitarra che al solito si infila in sottofondo, donano un ritmo solido al brano.
“I’ve Been Failing” parte con battimani, batteria e piano leggermente honky tonk, poi entrano i fiati a supporto del vocione di Nathaniel e la canzone ci consegna un bel sound corposo.
Di “S.O.B.”, posso dire che è uno dei brani più belli ascoltati quest’anno dal sottoscritto (pure l’ intenditore Stephen King l’ ha citata su Twitter come una delle sue preferite), il video ed il sound riporta inevitabilmente al film “O Brother Where Art Thou” dei fratelli Coen e la canzone, almeno inizialmente, con handclap e la melodia gutturale, ricorda gruppi come i Soggy Bottom Boys oppure The Lumineers ma poi è la sferzata di R&B che arriva con il ritornello “Son Of The Bitch.. Get me a drink!!” un attimo di pausa, e l’esplosione di suoni è davvero irresistibile. Il brano ha un testo impegnato, che parla di chi soffre di problemi di alcolismo ma la musica è carica, e ricorda l’orgia di suoni della The Blues Brother Band, giusto per fare un esempio.
“Thank You” ritorna sui binari del classic soul, ballata superba, nient’altro da aggiungere. Dovete solo ascoltare.
“Look It Here” è ancora l’ Asbury sound a dominare in questo brano, e può fare a gara con gli antagonisti di questo suono riscoperto da una nuova generazione, come Danny & the Champions of the World (mi spiace per Danny e i suoi Champs, ma sono giusto un gradino sotto).
“Shake” uno slow d’atmosfera che vedrei bene cantato da Bruce Springsteen. Giusto equilibrio tra rock e blues boogie, a fare da sfondo ad una voce potente e con l’eco. Chiude il brano una chitarra leggermente twangy.
“Wasting Time” è una ballata country folk di una bellezza cristallina. Pedal steel, batteria e piano a comporre il tappeto sonoro, mentre il cantato è confidenziale.
“I’d Be Waiting” è un gran lento d’atmosfera, la struttura della canzone non cambia: voce del leader in primo piano, cori e batteria suonata con le spazzole in sottofondo.
Musica di ottima qualità, non c’è che dire. Probabilmente è anche opera della produzione, ma questo gruppo ha grandi potenzialità. Chiude “Mellow Out” intro di chitarra acustica, percussioni e voce che ripete un ritornello che riporta inevitabilmente a Wilson Pickett ed Otis Redding, la canzone è leggerina ma è piacevole da ascoltare, forse il brano più debole del lotto ad essere davvero esigenti, ma averne di canzoni di tale livello.
Grande, grande musica.
Uno degli album dell’ anno, almeno sinora: mi auguro altre sorprese come questa.
Nel frattempo, buon ascolto. (Mia valutazione: Distinto)

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