23 febbraio 2016

Animal Collective - Painting With (2016)

di Lorenzo Bruno

And maybe I actually visited / some sort of mythical place / Or was it a future / connected by sutures / Oh let’s go get lost in the image / I made of the / everywhere place / I see the lads from Osaka / dyed in FloriDada (da "FloriDada")

Li avevamo lasciati in mezzo al sudore lisergico e alle torride allucinazioni di “Centipede Hz”, album che con i suoi pregi e difetti segnò un deciso spartiacque per la loro ormai sempre più longeva parabola artistica. Tre anni e mezzo dopo gli Animal Collective tornano con “Painting With”, l'undicesimo album (l’ennesimo con la formazione a tre senza Deakin) per una band decisamente oltre l'ordinario.

Gli Animal Collective li conosciamo tutti da ormai più di una decade, e fin qui non ci piove. Il singolo “FloriDada” aveva riempito di speranze e bellezza i nostri primi giorni del 2016 e ci aveva riconsegnato una band in grande spolvero, facendo presagire una certa continuità con la svolta elettronica del recente passato “centipediano”. Una pioggia di coriandoli impregnati di Lsd, una festa in technicolor scandita da elettronica fluorescente, bonghi e percussioni primordiali, con il solito intreccio fra la bellissima voce wilsoniana di Panda Bear e l'irresistibile irruenza bambinesca di Avey Tare. Il concetto stesso di felicità riassunto in quattro minuti di musica.
Ci eravamo convinti che “FloriDada” fosse la cartina tornasole del “brand new sound” degli Animal Collective, forse il più palese esempio della ormai avviata rivoluzione musicale del Collettivo che si affranca dai sentieri floreali e freak-folk degli esordi (e dalla rarefatta psichedelia sunshine-pop di “Merryweather Post Pavillion”) per lanciarsi a tutta velocità verso autostrade sintetiche, elettronica psicotica, voci raddoppiate e appetiti meccanici sempre più instabili e sbilenchi.

Ebbene, come da previsioni “Painting With” si rivela un gigantesco e sregolato luna-park postmoderno in cui lasciarsi confondere da giochi di specchi, luci stroboscopiche, caleidoscopi e ottovolanti impazziti. L'ennesimo sogno lucido di una band che non ha più nulla da dimostrare, che vuole divertire e divertirsi come forse mai aveva fatto finora. In aperta continuità con il suo predecessore - e come nell'ultimo lavoro in ordine di tempo di Noah Lennox - in “Painting With” non vi è traccia di chitarre acustiche, non c'è alcuna parvenza di equilibrio o di omogeneità. La melodia è ultracompressa e macinata dal tritacarne elettronico, l'ascoltatore è spesso in bilico, sballottato e disorientato da suoni, impulsi e droni che lo bombardano costantemente da ogni lato.
Gli spazi rotondi e infiniti di “Feels” e del già citato “Merryweather” lasciano il passo alla claustrofobia, alla lisergia spigolosa, al monolite sintetico che ruota su sé stesso che, quando non rischia di perdere il suo focus (come troppo spesso accadeva in “Centipede”), è ancora in grado di abbagliare con la sua bellezza. E c'è una nota di merito rintracciabile nel perfetto incastro fra le due anime vocali degli Animal Collective, il Panda e Avey Tare, che mai come questa volta lavorano all'unisono, si raddoppiano e si coprono, si sorpassano e si confondono, si moltiplicano di traccia in traccia.

E così diventa semplice immaginarsi le mani metalliche che battono il tempo in “Spilling Guts” e le fughe schizofreniche di "The Burglars", mentre “Summing The Wretch” si rivela un'imperdibile filastrocca robotica e la pregevole “Golden Gal” zampilla vita e sapori beachboysiani. Va detto che non mancano passaggi meno convincenti, specialmente nella prima parte del disco (la confusa “Hocus Pocus”, le sabbie mobili di “Lying In The Grass” e la debole “Vertical”, brani che forse si renderanno giustizia con qualche ascolto in più).
Ma la vera prodezza di questo album è senza dubbio “On Delay”. Senza esagerare, “On Delay” è probabilmente la summa perfetta dell'intera discografia degli Animal Collective fino a qui: armonie celestiali e rumorismi assortiti, tappeti di pianoforte e sintetizzatori, pulsioni sintetiche e viaggi nello spazio più profondo. Ci sono passato e presente, appetiti bucolici e traffico metropolitano, “Turn Into Something” e “Rosie Oh”, “Did You See The Words” e “Applesauce”. Insomma, per chi scrive, un capolavoro assoluto.

“Painting With” è un album sincero, colorato e felice. Una parentesi gioiosa in una carriera che si apre sempre più ai nuovi orizzonti elettronici, in cui un pezzo come “Natural Selection” potrebbe essere catalogato come il loro primo e autentico esperimento dance.
La materia sonora degli Animal Collective, per usare le parole di Avey Tare in una recente intervista, è una continua ricerca di equilibrio tra il caos e la struttura, con la sensazione costante che tutto possa cadere a pezzi da un momento all'altro. Ma poi scopri che al suo interno “there’s a magic place where the balance is found, where chaos and the traditional meet, and the psychedelic shines through”.

Sembrerà scontato, eppure mai come in questo momento abbiamo tutti bisogno di ascoltare musica sincera, colorata e felice. L'allucinazione continua a chiamare nuova allucinazione. Non potremmo esserne più contenti. (Mia valutazione: Distinto)

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