20 febbraio 2016

Chris Bathgate - Old Factory EP (2016)

di Gabriele Benzing

Il tempo dell’esilio è una parentesi? O è il momento in cui siamo davvero noi stessi?
Dopo cinque anni di silenzio, Chris Bathgate sembra voler lasciare sospesa la domanda. Nascondersi e ritrovarsi, forse, non sono altro che facce della stessa medaglia. “Ho cercato di fare del mio meglio per rallentare, il che sembra quasi impossibile: il mondo è costruito per impedirlo”. Si racconta con un’ombra di pudore, il songwriter americano: ha camminato a lungo tra le montagne, in mezzo ai boschi, lungo i pendii avvolti di foschia che compaiono sulla copertina dell’Ep che segna il suo ritorno, “Old Factory”. Si è perso nella natura contemplando l’orizzonte del New England dalla cima del monte Katahdin, ha insegnato letteratura nei corsi organizzati dall’università del Michigan. E la musica?

La musica, nonostante tutto, non l’ha tradito. Al momento di mettersi in viaggio, si era lasciato alle spalle un pugno di canzoni registrate a Detroit al fianco di Chris Koltay. Ora, Bathgate le ha completate con Matt Aguiluz a New Orleans e ha deciso finalmente di farle conoscere a tutti. “Sono il segno della mia uscita e del mio ritorno alla musica”, riflette. Una sorta di ponte tra l’io di ieri e quello di oggi.
Eppure, fin dalle prime note di “Big Ghost” è come ritrovarsi a casa: i riff netti, la ritmica solenne, l’avvilupparsi morbido della voce fino al crescendo finale. C’è tutta la solidità delle pagine migliori di “A Cork Tale Wake”, c’è tutta la cura per i dettagli di “Salt Year”. Il tempo sembra solo averle approfondite, radicate ancora più saldamente.

“Acorns” si srotola con il passo di un M. Ward dal sapore autunnale, restando a vibrare appesa a mezz’aria al suo “Hey man, Amen”. Tra l’Americana trasfigurata di Elvis Perkins e le tonalità elegiache di Hezekiah Jones, “Calvary” insinua i suoi interrogativi tra le pieghe del pianoforte e degli archi: “Ain’t it good to be alive/ With the wound still in your side?”. Celebrazione e calvario, intrecciati in una misteriosa unità: “Volevo esprimere il senso di trionfo della vita”, spiega Bathgate, “ma senza censurare il fatto che lo stesso messaggio può suonare cinico nei momenti più cupi”.
Ma è la voce della natura ad accompagnare come un coro discreto i versi di “Old Factory”: la pioggia, il vento, i rumori della foresta che ispirano “Acorns”, fino al trascolorare inatteso delle stagioni in “Red Arrow Highway”, fluttuante come una visione e concreta come la terra sotto i piedi, tra ricami di chitarra e aperture cameristiche.

Se i vecchi amici e conterranei Frontier Ruckus sembrano averlo ormai distanziato in notorietà, Chris Bathgate resta il segreto meglio custodito del cantautorato americano degli ultimi anni. Anche un Ep, per i suoi tempi dilatati, può diventare un piccolo evento. E “Old Factory” ne è la conferma più convincente. (Mia valutazione: Distinto)

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