3 marzo 2016

Basia Bulat - Good Advice (2016)

di Stefano Ferreri

Arrivederci timidezza!
La vittoria sfiorata con “Tall Tall Shadow” al Polaris Prize e ai Juno Awards, i più importanti riconoscimenti canadesi in ambito musicale, deve aver rappresentato una bella scossa per Basia Bulat. Un sussulto che il nuovo “Good Advice” riflette fino in fondo. Ancora una volta la copertina racconta già molto dell’atmosfera di un suo disco: colorata, accurata, persino maliziosa dietro quel primo, inatteso, tocco di eyeliner, Basia sembra aver dato retta all’implicito “buon consiglio” di chi le imputava la sola pecca di un eccesso di prudenza e mostra di essersi disfatta di una riservatezza che tendeva ormai al proverbiale. Si prenda l’abbrivio di “La La Lie”. Trascinante e luminosa ancora tra Feist e la Merchant, con dalla sua tutto il calore della condivisione, del popolare, del singalong, la Bulat vi tratteggia una nuova ipotesi di pastorale, non esente da congenite tentazioni malinconiche ma al contempo rinfrancata da un tono generale radioso e partecipato, assai lontano dall’aria viziata di certi numeri eccessivamente angusti o introspettivi del passato.

Si mostra anche sensuale e autorevole nelle sortite dell’album, confidenziali ma ormai disinvolte quanto basta. Il modello a questo giro sembra essere la Neko Case viscerale e un po’ valchiria di “Middle Cyclone”. La personalità, insomma, è venuta fuori con caparbietà e la ragazza chiarisce di avere le carte in regola per non rischiare di passare inosservata. “Long Goodbye”, allora, può essere letta come un lungo addio alle troppe cautele di ieri. Jim James è il nome nuovo. Il frontman di My Morning Jacket e Monsters Of Folk suona di tutto, dalle tastiere al basso, dal mellotron al sassofono, e il suo tocco in regia pare aver messo davvero il turbo alla ragazza canadese, per nulla compassata e pronta a far sbocciare pienamente il suo talento.
C’è stata, è vero, una semplificazione sul piano del songwriting, una sfrondatura più che altro, e la gamma di sfumature esce in parte ridimensionata. Per un'artista che scelga per una volta di guardare più al pop che al folk, questo non solo non è un male ma appare una sacrosanta necessità, a patto che non comporti uno snaturarsi o un cedimento alla banalità. Non è il caso di "Good Advice", comunque, apprezzabile anche per una produzione che enfatizza solo i dettagli realmente indispensabili, con marcature e cromismi sempre opportuni, tenendo il resto sullo sfondo (alla maniera del più recente – e più angoscioso, in realtà – di Nicole Atkins).

Qua e là fanno capolino sottili inserti elettronici, come nelle opere di Hello Saferide ma con una propensione ben maggiore all’infiorettatura, senz’altro aliena all’inquieta malia della svedese. Capita, non per nulla, in un titolo che chiama palesemente all’inclusione (“Let Me In”) ma anche in un congedo tutto all’insegna del lindore angelicato e dell’incanto sospeso, candido, bianchissimo, che riporta quasi in automatico proprio all’aperta contemplazione e al flou della Norlin. Il resto Basia lo fa con quella voce fantastica, oggi più ardita che mai nelle sue evoluzioni. Decorativismo, svolazzi e perizia non le fanno quindi difetto, ma è soprattutto l’umore giubilante a mettersi in mostra in quest’occasione e a segnare a fondo un album contagioso per l’aura positiva che emana (senza scadere nelle pose stucchevoli di una Sally Seltmann, per dire).
La più puntigliosa “In The Name Of” riporta alla mente i freschi e non meno riusciti tracciati synth-pop dell’ultima Sarah Blasko, pur con l’esclusiva di un abbagliante senso di pacificazione che è l’autentico valore aggiunto di questo disco. Basia non rinuncia peraltro a qualche passaggio più raccolto, forte di una stilizzazione e un controllo che si dimostrano più che sufficienti. La veste minimalista di “Time” le calza ancora come un guanto, ma non può contenere la nuova verve esplosiva che, alla fine, si prende comunque le sue licenze, mentre “The Garden” è un’altra canzone che si dischiude poco alla volta, emergendo come dalle brume vaporose dell’organo.

Magica e intrigante, la Bulat si reinventa anche come abile creatrice di paesaggi sinestetici. A fare eccezione è solo la calligrafia un tantino leziosa della title track, poco più che l’essenzialità di un sussurro che piano piano si scioglie nel consueto abbraccio, con qualche ovvietà di troppo. Stupisce per l’anomalia la scelta di piazzare i due singoli, “Infamous” e “Fool”, quasi in coda alla lista, ma denota anche una bella sicurezza di sé: in linea con il clima festante ma risoluto il primo, colmo della necessaria meraviglia e di un virtuosismo corale evidentemente irriducibile, abitato con prepotenza dall’eco della signora dei 10000 Maniacs, nell’incarnazione più irresistibile e zuccherina della carriera (zona “Our Time In Eden”, per intenderci), mentre per il secondo torna d’attualità quella più puramente estatica (“In My Tribe” o “Tigerlily”, quindi).
Il mimetismo ancora una volta sbalordisce ma non toglie forza alle doti espressive di una cantante che, ora più che mai, ci sentiamo di ascrivere tra le più brillanti della sua generazione. (Mia Valutazione: Distinto)

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