30 marzo 2016

Joe Bonamassa - Blues Of Desperation (2016)

di Anna Minguzzi

Tra le sue molte doti, Joe Bonamassa ha quella di continuare a pubblicare dischi (siano essi album in studio, collaborazioni o live) a un ritmo costante e accelerato, non facendo passare mai nemmeno un anno tra un’uscita e l’altra. “Blues Of Desperation” si incastra quindi in una produzione che ancora oggi non sembra mostrare il minimo cedimento e ha un titolo che lascia presagire in modo chiaro quali saranno le atmosfere che lo pervadono.

Anche questo lavoro è fatto talmente bene che si rischia di diventarne dipendenti in un attimo; il suo ascolto reiterato non solo fa bene allo spirito, ma aiuta a scoprirne i molti aspetti, a grattare sotto la superficie di un titolo che in effetti potrebbe farci presagire tonalità cupe e depressive, che in realtà ci sono ma fino a un certo punto. “You Left Me Nothin’ But The Bill And The Blues“, ad esempio, con il suo andamento un po’ swingato e gli irresistibili interventi strumentali, è un blues irriverente e ironico che lascia con il sorriso sulle labbra, grazie anche a un assolo di chitarra e pianoforte travolgente. A questo proposito, ci si accorge subito di come le lunghe parti strumentali siano un punto di forza generale dell’album, un aspetto che raggiunge il suo culmine negli oltre otto minuti di “No Good Place For The Lonely“, senza dubbio uno dei momenti più alti di tutto il full length, e che caratterizza anche altri brani, a cominciare dalla title track, più visionaria e sperimentale rispetto ad altre tracce.

L’album inizia in effetti con un concentrato di malinconia più evidente rispetto all’apertura del precedente lavoro in studio “Different Shades Of Blue“, una malinconia che raggiunge il suo apice con la sommessa “Drive“; niente paura però, l’umore si risolleva in fretta grazie a un concentrato di fiati, cori femminili e gli inevitabili assoli di chitarra che garantiscono ancora una volta un lavoro di qualità elevata, mentre gli amanti delle sonorità legate agli anni ’70 si troveranno a loro agio con “Mountain Climbing” e i suoi richiami ai Led Zeppelin.

Come rimane costante, in tutti i lavori di Bonamassa, questa sua capacità innata di passare con naturalezza dal blues malinconico a quello più scanzonato, così rimangono solidi altri aspetti del suo stile, quali ad esempio una precisione quasi maniacale nell’arrangiamento dei singoli brani (del resto, per quanto riguarda la produzione, c’è lo zampino di un mostro sacro come Kevin Shirley) e il gusto straordinario che ha attirato l’attenzione su di lui fin dagli esordi della sua carriera. Anche brani in apparenza più “semplici”, come la delicata “The Valley Runs Low“, traggono poi beneficio dall’ascolto ripetuto, uno dei tanti tratti tipici della produzione di Bonamassa, inarrestabile anche ora, toccato il traguardo del dodicesimo lavoro in studio.

Ancora una volta, quindi, ci sarà da rimanere positivamente colpiti dalla capacità del chitarrista di trovare nuove sfumature nel genere da lui amato e di saper trasmettere una così ampia gamma di emozioni ai suoi ascoltatori. (Mia valutazione: Distinto)

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