15 marzo 2016

Ray Lamontagne - Ouroboros (2016)

di Cico Casartelli

Ouroboros è il classico disco che fa riflettere, che ti fa chiederete se l’artista in questione sia in preda di una qualche crisi d’identità. Con i suoi primi quattro album Ray LaMontagne aveva conquistato i cuori con suono rétro ma non iper-calcolato, tanto che la suggestione ha portato qualcuno a vederlo come ipotetico quarto cantante della Band, con quella voce fra Rick Danko e Richard Manuel – poi è arrivato Supernova (2014), dissennato album prodotto per mano di Dan Auerbach (Black Keys), che sembrava aver tirato una bomba su tutto ciò di buono fatto fino ad allora.
Adesso le carte sono mischiate di nuovo e con risvolti inattesi, tanto che si affida a un altro nome pesante: Jim James, che oltre a qui fare il produttore in session si tira dietro i suoi My Morning Jacket. Sulla carta sembra tutto roboante, ti tira fuori gli “ohhhhhh” delle grandi occasioni – poi però Ouroboros lo ascolti, e qualche perplessità sale (e rimane). Un miglioramento rispetto al disco con Auerbach si sente, eccome, ma vien di chiedersi se tutto quel ben di Dio fatto gli anni scorsi con Ethan Johns andava dimenticato così, di punto in bianco.
Dicevamo di crisi d’identità. Prendiamo, per esempio, la voce di Ray, che l’abbiamo adorata quando era grave e sembrava uscire dai boschi – mentre adesso sono un paio d’anni che è tutto un falsetto, quasi volesse disconoscersi. Il dubbio attanaglia: davvero trattasi di ricerca artistica o forse siamo davanti a un personaggio che ha perso un po’ la bussola? Ouroboros non sembra far molto per sciogliere le titubanze dell’ancora più o meno giovane Ray. Jim James fa tutto bene, non schiaccia molto sull’acceleratore, in sostanza non fa niente per portare ancor più fuori rotta LaMontagne, che vi ha già pensato da solo.
Il disco, con quel titolo assai arcano, nelle proprie otto parti, piace metà sì e l’altra no. Ciò che lascia perplessi è come in momenti quali The Changing Man, Another Day oppure While It Still Beats tutto appaia svagato, privo di nerbo e sopratutto pieno di barocchi falsetti vocali che non si capisce molto cosa stiano lì a fare – e soprattutto perché Ray LaMontagne abbia scelto tal make up. L’altro lato della medaglia, tuttavia, regala almeno tre momenti di seria gloria, cominciando con l’introduttiva Homecoming: ossia otto-nove minuti dove i My Morning Jacket si fanno sentire magnificamente con un bel tappeto sonoro quasi space-rock e soprattutto dove Ray sfodera una performance che nuota sulle nuvole fra Curtis Mayfield e Marvin Gaye. Altro passaggio degno è In My Own Way, velluto sonoro che non risparmia aperture di chitarre vintage e che rimanda al miglior Ray di sei-sette anni fa. E se il prologo ha così ben fatto impressione, questo vale pure per l’epilogo affidato a Wouldn’t It Make A Lovely Photograph: l’anima è pura Band e Ray LaMontagne non fa niente per nasconderlo, per nostra fortuna. (Mia valutazione: Buono)

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