14 marzo 2016

The Gloaming - 2 (2016)

di Gianfranco Marmoro

La sfida era notevole: riportare la musica folk al centro dell’attenzione del pubblico, con un progetto che non si ponesse limiti strutturali e culturali.
E’ il 2011 quando Iarla Ó Lionáird, Martin Hayes, Caoimhin Ó Raghallaigh, Thomas Bartlett e Dennis Cahill, partendo dagli Stati Uniti, intraprendono una tournée con il primo supergruppo folk della storia. Tre anni dopo arriva finalmente il primo album e la consacrazione da parte di critica e pubblico: sono nati i Gloaming.
Frutto di due anni d’intensa attività live e di sperimentazione e ricerca, giunge finalmente il secondo capitolo discografico del gruppo, ma va chiarito subito che “2” non è il classico album da liquidare con un forzoso confronto col suo predecessore.

Ancora una volta la chiave di volta che rende la proposta dei Gloaming unica nel suo genere è la singolare padronanza tecnica dei musicisti: la voce di Iarla Ó Lionáird è un vero e proprio strumento, capace di catturare anche l’ascoltatore più distratto, il suono del violino di Martin Hayes è più ricco di swing di una big band, mentre lo stesso strumento nelle mani di Caoimhin Ó Raghallaigh aggiunge sfumature e toni poetici evanescenti, la chitarra di Dennis Cahill serra il ritmo e tiene lontane quelle tentazioni postmoderne che hanno in passato compromesso imprese simili, infine spetta al piano di Thomas Bartlett tenere insieme tutti i preziosi elementi, con il suo tono accorto e a volte quasi distaccato.

L’incontro tra musica contemporanea e folk tradizionale è magico, fatato; minimalismo e virtuosismo scivolano insieme verso un tripudio di suoni e colori, il rigore e la passione che trasudano in questi settanta minuti di musica sfuggono ai cliché del prodotto discografico e lambiscono ancora una volta quella purezza che distingue l’arte dal mestiere.
Qui le parole non sono solo il suono delle labbra ma di tutto il corpo, le note e le armonie degli strumenti non hanno il meccanico tono di un rituale privo di spiritualità, ma coinvolgono la profondità dell’anima in cerca del senso ontologico dell'essenza.

La millenaria cultura gaelica fa da sfondo alle mirabili esuberanze creative dei Gloaming, che mettono a ferro e fuoco il loro virtuosismo strumentale nella trascinante giga di “The Booley House”, un omaggio di Martin Hayes all’omonimo spettacolo itinerante che tra musica e racconti porta in giro la storia irlandese; una magia che si ripete in “The Rolling Wave”, in cui la band volge lo sguardo alla Scozia.
L’Irlanda è anche una terra ricca di tradizioni letterarie, dalla quale Iarla Ó Lionáird e Thomas Bartlett attingono una struggente poesia del diciottesimo secolo scritta da Aindrias Mac Craith, trasformandola in un’intensa ballata per piano e voce (“Slan le Máighe”), ma non senza aver prima riproposto l’eterno dilemma del viaggio fisico e spirituale in “The Pilgrim's Song”. Ancora una volta è una poesia (questa volta del contemporaneo Seán Ó Riordáin) che dà spunto a una pregevole e leggiadra danza malinconica imbastita con chitarra, violini, voce e pianoforte.

E’ pura magia la sequenza che vede prima la voce di Iarla Ó Lionáird destreggiarsi nel romanticismo quasi prefetto di “Cucanandy”, e poi il piano di Thomas Bartlett adagiarsi sul tono crepuscolare di “MrsDwyer”, infine quello che stupisce e convince è la capacità del gruppo di modellare la tradizione e la musica popolare per estrarne un linguaggio personale e innovativo: si ascolti l’incastro tra chitarra classica e voce in “Oisin's Song” in cui Iarla rompe i toni originali della lingua gaelica per dar forma a un nuovo idioma timbrico; oppure la mesmerica “The Hare”, in cui il violino di Caoimhin Ó Raghallaigh dà vita a un suono quasi straziato e sfuggente che tratteggia un'inconsueta estrinsecazione della malinconia.

Con “2” i The Gloaming mettono a punto un album più contemplativo, austero ed elegante, il controllo vince sulle emozioni e all’urgenza oppone ispirazione ed enigmaticità, mettendo a nudo il lato oscuro del folk. (Mia valutazione: Distinto)

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