9 maggio 2016

Matthew And The Atlas - Temple (2016)

di Lorenzo Righetto

Era forse inevitabile che il "Bon Iver d'Inghilterra" (etichetta scomoda e brutta, comunque) si unisse agli americani Foreign Fields, nome poco conosciuto se non, appunto, tra chi ha voluto trovare le orme di Vernon nella musica che lo ha seguito.
Le interpretazioni espressive di Matthew Hegarty, forse sprovviste del fascino irsuto e della profondità del suo presunto alter ego, trovano così un'ambientazione elettronico-sintetica tipica del duo di Nashville, che avevano già tentato con la loro musica di trascendere le sonorità scarne di "For Emma, Forever Ago". Il risultato, al contrario, contiene in qualche modo la pienezza emotiva, quasi operistica della vocalità di Hegarty (arriva a ricordare l'omonimo in "Glacier"), dandole spazio e colore ("Graveyard Parade").

Forse un espediente un po' facile, in sé, ma non per la musica di Matthew, che trova qui la quadra di un "indie-folk" da classifica, quello che la Communion propone da sempre, con i riverberi che esaltano l'intima preghiera "Elijah", o con il secco arrangiamento pop-wave che sostiene il groove di "Mirrors".
Le intenzioni di ricerca del pubblico si intuiscono anche dalla tracklist, sbilanciata tra una prima parte d'impatto (con la doppietta new new wave enfatica "On a Midnight Street"/"Temple") e una seconda di approccio cameristico, con la chiusura "When the Light Hits the Water" a concludere con uno struggente (per quanto telefonato) accompagnamento di pianoforte e archi.

Comunque uno dei migliori prodotti di folk midstream usciti negli ultimi tempi. (Mia valutazione: Distinto)

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