18 maggio 2016

Peter Wolf - A Cure for Loneliness (2016)

di Fabio Cerbone

A ideale chiusura di una trilogia della saggezza, A Cure for Loneliness (bellissimo titolo) segue il percorso solista di rinascita che Peter Wolf inaugurò nel 2002 con Sleepless. Settant'anni lo scorso marzo, mai particolarmente prolifico come altri suoi "ingombranti" colleghi, Wolf è un musicista che si concede quando ha qualcosa da dire. Ha vissuto intensamente, saggiando il sapore della vittoria insieme alla J Geils Band, ha macinato miglia e concerti, in un'educazione in pubblico che è stata la quintessenza della sua formazione da animale da palco. Da qualche anno però sembra avere raggiunto una maturità persino inedita. La sue ballate rock tinteggiate di carezze soul e radici country, la classicità immediata delle melodie e il richiamo alla tradizione sono la dimostrazione di un inteprete che non ha più nulla da dimostrare, solo godersi uno splendido tramonto, dove contano l'amore per questa musica e i ricordi.

Nostalgico quanto basta, si veda anche la copertina in atteggiamento da "resistenza vinilica", ma per nulla anacronistico, A Cure for Loneliness riparte da dove era terminato Midnight Souvenirs, fortunato album del 2010 impreziosito con ospiti e duetti. Questa volta più dimesso nei toni e soprattutto senza prime donne tra i piedi, il disco pesca fra materiale originale, in parte firmato con il collaboratore storico Will Jennings, e cover da intenditore, indugiando più che in passato sul volto languido e romantico della sua scrittura. Sarà la produzione e il tocco limpido di un pianista come Kenny White, ma il suono di A Cure for Loneliness e della band di supporto (The Midnight Travelers, con i chitarristi Kevin Barry e Duke Levine in evidenza, oltre alla partecipazione di Larry Campbell) possiede il portamento di gente come Willy DeVille, nonché il mood strascicato e sereno dell'amico Keith Richards nei suoi momenti più intimi, sorta di anime gemelle di Peter Wolf. Il quale sfodera subito due ganci da ko e segna il destino dell'intero album: Rolling On è un distillato di classe cristallina, effluvio di piano e soffusa ritmica, ballata che scalda il cuore, seguita dai sussulti roots di It Was Always So Easy (To Find An Unhappy Woman), brano portato al successo negli anni Settanta dal dimenticato country singer Moe Bandy.

L'incrocio fra le strade di Memphis e quelle di Nashville, fra accenti country e languori soul (It's Raining, scritta con Don Covay) è la semplice chiave di lettura di questo lavoro, che sciorina una prima parte tra le più convincenti della produzione di Wolf: Peace Of Mind è un'altra lezione di bravura, contenuta nei toni, crogiolata nei cori, prima di virare blues e sudaticci dentro l'atmosfera da juke joint di How Do You Know. Fun For Awhile ciondola fra pedal steel e accordion con toni country da crepuscolo sul confine messicano e Some Other Time, Some Other Place riprende la via agreste con violino e armonica da abbraccio sotto un portico. Forse meno vivace dei suoi predecessori, A Cure for Loneliness è in parte anche più incoerente, per esempio quando suona retrò nel ripescaggio di Tragedy, dimenticata hit del '59, o abbozza un cenno di ballata acustica nel finale di Stranger, e ancora quando utilizza, strana scelta, due brani registrati dal vivo in scaletta… Ma all'attacco soul rock di Wastin' Time e soprattutto alla piccante versione bluegrass del vecchio cavallo di battaglia Love Stinks si può cedere tranquillamente, perdonando qualche peccato da navigato mestierante. Ancora una grande lezione di stile, Mr. Wolf. (Mia valutazione: Buono)

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