24 luglio 2017

Stu Larsen - Resolute (2017)

di Beatrice Pagni

Rilassato e affascinante, è un mondo senza pretese quello di Stu Larsen, cantautore girovago del Queensland, alle prese con un sophomore dal respiro conciliatorio, dopo il debutto del 2014 con Vagabond. Il nuovo lavoro, Resolute, ha visto la luce tra un cottage in Scozia, un appartamento in Spagna e un bunker dell’esercito in Australia, ma ascoltandolo sembra quasi sia stato ideato e messo giù in note e parole tra un viaggio e l’altro. Registrando memo improvvisate sul suo telefono, Larsen ha così architettato un quadro primitivo per i dieci brani del disco. Insaziabile viaggiatore, animo nomade e sguardo trasognato, il musicista di Dalby deve all’incontro con Passenger, al secolo Mike Rosenberg, l’inizio di una lunga avventura intorno al globo.
Resolute diventa il corpo sonico di quello spirito errante riprodotto in chiave folk, che racconta di spostamenti e città: il sound di Larsen si erge fondamentalmente a quello di un cantautore/cantante, con una texture fortemente pop che lo porta vicino a figure come James Taylor, o ai più giovani e bucolici Entrance e Will Stratton. Una sorta di bohémien, sempre in movimento e pieno di cose da dire, tanto che il desiderio di guardare il mondo attraverso i suoi occhi diventa incontrollabile. Inoltre, quel romanticismo tipico dell’on the road rende ancor più introspettivo e soffice lo stupore nostalgico che rievoca questo nuovo progetto. Nel voler sostenere una spensieratezza cosmopolita, Larsen impasta dieci canzoni orecchiabili che riescono a guardare più in profondità rispetto al tenore di base di quello che un disco così rilassato potrebbe suggerire a un primo ascolto. Un disco che profuma ancora di strade percorse ma privo di quel senso errabondo e confuso dell’esordio.
Dall’intimità dolcissima di Aeroplanes, in apertura, si rotola come balle di fieno verso il valzer commovente di What’s A Boy To Do, che si fa forte di un perfetto equilibrio fra sottile strumentazione e superba vocalità. Il country-folk urbano di Chicago Song sussurra alle crepe del cuore armonie fresche e organiche. Il mondo acustico di chitarra e voce sposa i testi ora leggeri ora pensierosi di Larsen, mostrando la versatilità delle sue competenze linguistiche e dell’utilizzo di metafore. Il pianoforte imponente di What If permette un’inversione di rotta sul suono della chitarra che si adatta così allo stile vocale di Larsen e all’approccio spirituale del suo sound. Dai riverberi ariosi ed evangelici di Far From Me agli accordi minori e viscerali di By The River passando per la traccia finale Til the Sun Comes Back, Larsen fa il pieno di speranza, con accordi ottimisti e aperture estese.
Quella di Larsen diviene così un’ostentazione a cuore aperto, spudoratamente chiara e pop, di canzonette non ridotte negativamente a canzoncine: con la sua allegria cosmopolita, Resolute coordina il desiderio – di molti – di far sparire luoghi comuni e sentimenti facili dallo spazio della musica. E nell’orizzonte reale e brillante del giovane Stu Larsen si staglia la sagoma del bravo narratore, forse ancora un po’ troppo legato al sentimentalismo ma libero di fotografare col proprio sguardo la realtà circostante. Proprio quella determinazione, quella risolutezza del titolo, un po’ manca a questi dieci brani sulla ricerca, sul viaggio e sulla speranza, ma è un peccato veniale alla fine del giro di giostra, al termine della corsa in moto, quando la strada si ritrova a un bivio e, non sapendo che direzione prendere, ci si affida alla voce di Larsen, all’immagine che quel suono può evocare: «I saw a vision, some kind of apparition but it felt so real, so free I had conversation, a faint of deliberation for who now could it be, for anyone but me».

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