11 settembre 2017

The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here (2017)

di Andrea Macrì

Con dischi come il nuovo album dei Dream Syndicate ci si trova ad avere un problema di base: come contestualizzare? Ci spieghiamo: in tempi di finestre temporali che portano il passato nell’odierno e l’oggi costantemente rivolto indietro, come si può parlare di un contorno per dischi che non hanno praticamente in giro altri referenti, altri compagni di strada? Certo, ci si può aggrappare ad un altro contesto, quello merceologico, dicendo che quest’album è la testimonianza di una reunion, della rinascita di una ragione sociale che gli appassionati di rock underground Anni Ottanta dovrebbero conoscere e amare. Ma basta a cavarsela? In un fuoricampo così cangiante, auto-riferito, tecnologicamente drogato come quello in cui viviamo, ha un qualche significato cercare di infilare una band e un suono che sono stati così fuori dal tempo già ai loro, di tempi? E dunque, riassumendo: da un lato, una band paisley senza praticamente altre band paisley in giro; un disco di un gruppo già fuori dalle mode nella sua prima incarnazione, quindi già, in pratica – e con pochi altri compagni di avventura – fuori contesto. Un contesto che allora era quello di un post-punk che si apriva all’altro, al resto del mondo, e che qui andava invece a ripercorrere vie endogene, sentieri a ritroso che erano sì meno innovativi e d’impatto di tanta altra roba, ma non meno carichi della cosa che forse più di tutto definisce questa musica: l’elettricità.
Forse il contesto va cercato allora nel tempo che passa, nel rock che continua a morire (Josh Homme che sull’ultimo numero di Rumore parla di un genere ogni volta “lontano di una sola canzone” dall’estinzione), nella bontà o meno di parlare di questa cosa chiamata Dream Syndicate che torna, dopo i live per The Days Of Wine And Roses; ma si trasmetterebbe l’idea di una musica riflessiva, dolorosa, pacificata forse. Che – per carità – magari queste cose ci stanno pure, dentro a How Did I Find Myself Here?, ma concentrarsi su esse sposta il centro del discorso dal vero cuore o, meglio, dai tanti cuori che animano queste otto canzoni: il divertimento, il rumore, la gioia romantica che vede psichedelia e pathos unirsi, prendere interiora e viaggio stellare e cucirli assieme. Tornare dove tutto cominciò: all’elettricità.
Un nuovo disco dei Dream Syndicate dopo quasi un trentennio da Live At The Raji’s vuol dire riallacciare un rapporto con il paisley underground, il genere-non genere che Wynn ha rappresentato al massimo in dischi come il già citato The Days Of Wine And Roses e Medicine Show (in cui era presente il batterista Dennis Duck, dietro le pelli anche in questo 2017). Wynn e Duck si fanno accompagnare da Mark Walton al basso (già in Out Of The Grey e Ghost Stories) e dal nuovo arrivo Jason Victor alla chitarra. È dunque un animale, questa band, che ha articolazioni diverse: quella delle origini, quella dei dischi meno arrembanti e maggiormente votati al songwriting classico e un inserimento inedito. Un mix che permette ai Dream Syndicate di abbracciare diverse prospettive e di non infilarsi in nessun buco nero di sterilità.
Il suono che ne viene fuori è il loro al meglio, con la produzione di Chris Cacavas (vecchia conoscenza paisley) e della band a rendere chiari i suoni senza appiattirli, anche perché dall’altro lato c’è John Agnello che dona agli strumenti – e alle chitarre in particolare – la possenza, la ruggine e la forza sferragliante per trasmettere l’energia e l’urgenza che scaturisce dall’insieme, senza cadere nel muscolare. A tutto ciò va aggiunta una scrittura riconoscibile come poche e – questa è la buona notizia – ispiratissima: le aperture Filter Me Through You e Glide sono riaggiustamenti di tiro sui classici passati della band, quegli animali fatti di chitarre scorticate, lirismo e psichedelia acidula che vedeva Neil Young, Bruce Springsteen, il post-punk e i Quicksilver Messenger Service tutti stipati nella stessa stanza (l’altro grande esempio, anche se maggiormente free form, è la lunga title track). La voce di Wynn è un pelo meno riconoscibile del passato, forse leggermente affogata nel missaggio, ma capace a volte di slanci importanti. C’è poi Kendra’s Dream: mai pezzo del Sindacato del Sogno era stato così dritto e sperimentale, con la sua struttura che si arricchisce di volta in volta, come un percorso predefinito in cui si vanno ad unire mano mano gli innesti dei singoli musicisti (e a cantare c’è la vecchia conoscenza Kendra Smith), in una sorta di raga memore di Sonic Youth e Lou Reed. E per concludere i due pezzi più possenti del disco: 80 West, che comincia come un pezzo dei Wire altezza Pink Flag: stesso basso, identico suono di chitarra. Canto slanciato, la parte del cervello dedicata ai ricordi ripulita con la grinta; The Circle, con Wynn e la band che ci danno l’idea di cosa sarebbero stati gli ultimi Jesus And Mary Chain fossero venuti da Los Angeles.
How Did I Find Myself Here? chiede il titolo, come a voler indicare uno spasamento. Ma il “qui” in cui la band e noi che ascoltiamo ci troviamo non è affatto male, per quanto è elettrico. E così sia.

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