6 novembre 2017

Joe Henry – Thrum (2017)

di Fabio Cerbone

Thrum: un rumore sordo, basso e continuo, il pizzicare pigro e ritmico di una chitarra, in maniera quasi monotona. Joe Henry sceglie canzoni e titoli non a caso, tanto è l'amore che prova per le sue composizioni, messaggi da abbandonare al mondo, creazioni che gli spezzeranno il cuore, dice lui, ma che devono camminare con le proprie gambe, offrendo solo uno scorcio, una luce che illumina un istante. D'altronde sarebbe assai complicato imbrigliare il songwriting di Henry, quanto mai denso di allusioni e metafore, poetico nel senso più proprio del termine, senza dubbio fra i migliori in circolazione nel panorama della canzone d'autore americana.

I testi di Thrum - il nuovo album a tre anni di distanza da Invisible Hour e dopo avere archiviato l'elegiaca ode al folklore dei treni di Shine a Light insieme al collega Billy Bragg - rappresentano il mistero più intrigante da sciogliere: una cura affettuosa di ogni singola parola, mai un fiato sprecato, cesellata su sentimenti che ognuno poi elaborerà a modo proprio, come la poesia deve fare. La musica invece è una prosecuzione testarda e perfettamente calibrata di quel processo iniziato con Reverie e arrivato al culmine nel citato Invisible Hour, tanto che Thrum pare rappresentarne un secondo atto. Inciso in due session con il fidato ingegnere del suono Ryan Freeland, quattro giorni in tutto tra febbraio e marzo di quest'anno a Los Angeles, l'album offre quel suono jazzato e avvolgente, in presa diretta con la band raccolta in studio, che è diventato un marchio di fabbrica per Joe Henry, sia come autore sia come affermato produttore.

È un limite da un certo punto di vista, e una caratteristica altrettanto riconoscibile: l'eleganza di Climb, i tremori ritmici di Believer, il fluttuare di Dark is Light Enough, il prolungato walzer di Blood of the Forgotten Song parlano un linguaggio familiare, nobile, con il figlio Levon Henry a punteggiare le melodie scarne del padre, spesso di derivazione folk blues, con i soffi dei suoi sax e clarinetti, con il piano e l'organo di Patrick Warren ad infondere una romantica atmosfera e la stabile sezione ritmica di Jay Bellerose e David Piltch a scartare qualche volta di lato, seguendo al tempo stesso l'istinto e la disciplina. Gli obiettivi sono chiari e in fondo il mood del disco è ancora figlio delle intuizioni di Shuffletown, uno dei vertici delle prima parte della carriera di Henry: su quella linea, che muove dalla tradizione del più semplice dei folksinger e arriva al sofisticato talento di un songwriter che sembra attingere tanto da Randy Newman quanto dal giovane Tom Waits, il nostro protagonista si abbandona alle gentilezze di un quartetto d'archi in Hungry, al soffuso passo acustico di Quicksilver, agli svolazzi dei fiati e del chamberlin in Now and Never.

L'impressione, dopo tutta questa raffinata tela di sonorità, è che la formula cominci a stancare: non perché Thrum sia un disco irrisolto - anzi, è fin troppo chiara la sua visione - semmai perché da Joe Henry ci aspetteremmo sempre qualche rischio in più, quelli che si è sempre preso in passato, quando deviò improvvisamente dal fok rock e dal country delle origini per passare attraverso l'elettronica, il jazz di Ornette Coleman, il pop più ombroso fino a tornare sui passi della tradizione. Adesso che conosciamo a menadito il percorso che ha portato fino a Thrum, la prossima volta vorremmo essere spiazzati da un artista con il peso della sua storia.

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