6 dicembre 2017

Sephine Llo – I, Your Moon (2017)

di Gianfranco Marmoro

C’è un costante flusso di malinconia mista a stupore in “I, Your Moon”, primo album di Josephine Lloyd-Wilson che fa seguito a un lontano Ep del 2014, ed è inarrestabile come l’avventurosa miscela di neoclassica, folk, pop ed elettronica, che la cantante e multistrumentista ha messo in piedi per uno degli affreschi sonori più ipnotici e suggestivi degli ultimi tempi. Sephine Llo (il suo attuale nome d’arte) ha mosso i suoi primi passi nel circuito della musica classica, ha infatti studiato piano, violino e canto conseguendo una laurea di primo livello presso il prestigioso corso Tonmeister dell’università del Surrey.

Dopo aver vinto alcuni premi come compositrice, ha lavorato anche come musicista nei famosi studi di Abbey Road, ed è durante questo periodo che ha sperimentato nuove sonorità, abbracciando la prospettiva dei field recording e introducendo strumenti poco usuali come il kora e il sanxian; i più attenti ricorderanno anche la sua presenza in alcuni brani dei Real Tuesday Weld.
Dietro la complessa rappresentazione musicale di “I, Your Moon” si nasconde anche una storia ricca di dolore per la giovane musicista, che ha visto morire il suo compagno Robert Lloyd-Wilson (membro degli Autumn Chorus) dopo una dura e breve lotta contro un cancro, non prima di aver scoperto di essere in attesa di un figlio. E’ un album comunque difficile da racchiudere in poche parole: un puzzle di colori e sfumature di bianco e nero che già altri artisti hanno utilizzato per le loro fantasiose e avventurose commistioni tra canzone d’autore, folk, elettronica e neoclassica. Come Joni Mitchell in “Don Juan’s Reckless Daughter”, Kate Bush in “Hounds Of Love”, o Joanna Newsom in “Ys”, Sephine Llo procede tra le note pescando frammenti, pause e rumori, altresì trasformando un respiro in un canto, un accordo in una sinfonia o un battito di note in una preghiera.

Non è altresì erroneo pensare al minimalismo ascoltando “I, Your Moon”, ma è un minimalismo inconsueto, la quantità di note messe in gioco è smisurata, ma nessuna di essa trova mai pace o riposo nelle intrigate tessiture orchestrali dell’autrice. Le canzoni sono come dei mosaici, i cui pezzi mancanti sono spesso sostituiti da frammenti alieni che non alterano però l’immagine d’insieme. Accade così che rumori sordi e disturbi elettronici si trasformino da elementi dissonanti, atti a sfigurare toni cristallini di arpa e piano (“First To Tarnish”), in materia organica sulla quale far volteggiare orchestra e cori angelici impregnati di gothic-folk (la title track). Spesso gli elementi messi in gioco sono atipici, quasi misteriosi e imprevedibili, come il suono di uno scanner o dei pezzi di carta sfregati a mo' di percussioni inseriti nell’intensa ballata “Home” - brano che mette in fila tutti gli elementi principali della musica dell’artista, tra orchestrazioni classicheggianti, armonie folk, mantra corali e ritmici e una vibrante prestazione vocale.

A volte il romanticismo prevale (“Glacier Thawed”), lambendo toni da favola disneyana (“Lover Shaped My Name”), comunque conservando un rigore spirituale che incanta e seduce (“Embossed”). Anche il singolo che ha anticipato l’uscita è alquanto desueto, “Paper Thin”, una ballata eterea, oscura, infettata da rumori, sapientemente calibrata su silenzi e pause armoniche. “I, Your Moon” è un album che preferisce catturare l’ascoltatore attraverso suggestioni ancestrali, raramente le melodie godono di un fascino istantaneo (fa eccezione l’acoustic-folk di “The Remains”).
Che sia il timbro cristallino di percussioni e tastiere di “The Sweetest Noise”, il suono della fisarmonica immersa nell’oscura melodia di “Barren Heart”, o il rintocco delle campane nella toccante e magnetica “Vertigo And The Torchbearer”, quello che prevale nella musica di Sephine Llo è un'intensa forza emotiva che affranca dolore e malinconia dalla quotidianità e la trasforma in poesia.

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