18 novembre 2017

Lou Reed, “Transformer angel”

Lewis Allan Reed, detto Lou (New York, 2 marzo 1942 – Southampton, 27 ottobre 2013), è stato un cantautore, chitarrista e poeta statunitense. Cantore al contempo crudo e ironico dei bassifondi metropolitani, dell’ambiguità umana, dei torbidi abissi della droga e della deviazione sessuale, ha finito con l’incarnare lo stereotipo dell’Angelo del male, immagine con cui ha riempito i media per oltre tre decenni divenendo una delle figure più influenti della musica e del costume contemporanei.

Rai Teche lo ricorda con una sua intervista del 1998, tratta da “Cult book”, 1997

17 novembre 2017

Led Zeppelin - II (1969)

Per rinnovare e capitalizzare il successo della loro prima opera, la band diede inizio ad una serie infinita di tour che li portò non solo ad affinare ed affilare il loro sound ma anche a pensare in fretta ad un nuova scaletta di brani da portare in studio. Sorprendentemente i Led Zeppelin riuscirono a registrare in brevissimo tempo una straordinaria sequenza di brani, non particolarmente "originali", in quanto marcatamente debitori del canovaccio blues, ma straordinari proprio nella loro reinterpretazione. La plasticità, l'eleganza, la potenza oltre che la tecnica dei singoli esecutori che il suono Led Zeppelin aveva, da quel momento definito hard rock, fu dall'uscita del disco riconoscibile come un classico nella musica del periodo e punto di riferimento per tutto quello che venne nei decenni successivi. Whole Lotta Love, The Lemon Song o Moby Dick definiscono i Led Zeppelin maestri del genere heavy rock, ma quando arrivano pezzi come What Is and What Should Never Be, o la ballata (con un meraviglioso organo Hammond sugli scudi, suonato dal polistrumentista John Paul Jones) Thank You, ci si inginocchia dinnanzi alla classe di cesellatori di melodie. Con Bring it On Home (rifacimento spudorato di un classico di Sonny Boy Williamson) si comprende invece il significato di quando si afferma che l'allievo ha superato il maestro, con un Robert Plant straordinario interprete della musica del diavolo. (Mia valutazione:  Ottimo)

(Silvio Vinci)

16 novembre 2017

Fabrizio De André, racconti italiani in versi e musica

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999) è considerato dalla critica uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi, e viene spesso soprannominato anche con l’appellativo “Faber”.

Per ricordare l’artista, Rai Teche propone un estratto del programma “Fabrizio De André”: un montaggio di sequenze e interviste al cantautore

15 novembre 2017

Pearl Jam - Ten (1991)

Stone Gossard e Jeff Ament hanno alle spalle già due gruppi (i Green River e i Mother Love Bone) quando finiscono dalle parti di San Diego, California del Sud, in cerca di un batterista. Loro sono di Seattle, una città che all'alba degli anni Novanta sta cominciando a diffondere nel mondo del rock'n'roll un suono nuovo, un ritorno al rock pesante di un paio di decenni prima, con le chitarre in primo piano e un'essenzialità di suoni che tutti — altrove — sembrano avere dimenticato. Il batterista che cercano non ci sta, ma sua moglie conosce un tipo che canta e che potrebbe essere giusto per la band che quei due hanno in mente. Si chiama Eddie Vedder, lavora in una stazione di servizio ma ha due sole passioni: il rock'n'roll e il surf. Il giorno in cui riceve la cassetta con le cinque basi strumentali che hanno registrato Gossard e Ament, Vedder va a fare un po' di surf, torna a casa e scrive tre dei testi mancanti. Poi sovraincide la sua voce e rimanda la cassetta a Seattle. Una settimana dopo, va a Seattle anche lui: è diventato il cantante dei Pearl Jam. Il primo album del gruppo esce pili o meno un anno dopo. Si chiama Ten, in omaggio al numero che ha sulla maglietta il giocatore di basket Mookie Blaylock, il cui nome — all'inizio — era stato scelto per la band. Un anno dopo ancora, e Ten è al secondo posto delle classifiche di vendita americane: il grunge di Seattle è ora un fenomeno mondiale, e i Pearl Jam sono gli ultimi — e un po' snobbati — protagonisti della scena del Nordovest a sfondare. Sospettati dai duri e puri di essere un gruppo costruito a tavolino (un sospetto che i successivi dieci anni di guerre contro l'industria della musica e la campagna di incitamento alla diffusione delle registrazioni dei loro concerti dissiperanno), sono in realtà diversi da Nirvana, Mudhoney e Soundgarden pili che altro sul piano musicale. In sintesi, sono la versione anni Novanta del gruppone rock un po' epico alla Led Zeppelin: fin da Ten, nei loro album gli elementi indie e alternative scompaiono sotto un muro sonoro che il cantato possente di Vedder non fa che rendere ancora pili travolgente. Alive, uno di quei tre pezzi scritti a San Diego dopo il surf, diventerà una specie di inno, essenziale e diretto: «Be', sono felice di essere ancora vivo». (Mia valutazione: Distinto)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

14 novembre 2017

Johnny Cash, “The man in black” della musica country

Leggenda della musica country, Johnny Cash (Kingsland, 26 febbraio 1932 – Nashville, 12 settembre 2003), è stato un cantautore, chitarrista e attore statunitense, interprete di numerose canzoni folk e di celebri talking blues. Definito “The Man in Black” per le sue preferenza per gli abiti neri (da cui il titolo di un suo album e della sua prima autobiografia), è stato uno dei pochissimi cantanti ad avere venduto più di novanta milioni di dischi.

Rai Teche lo ricorda con un estratto del programma “Ghiaccio bollente” condotto da Carlo Massarini

13 novembre 2017

R. E. M. - Out Of Time (1991)

Si ha un bel dire che le date sono solo una convenzione, che i decenni, come i secoli, non iniziano li dove si crede, ma sempre un po' prima, o un po' dopo. A volte le date contano, eccome. L'arrivo degli anni Novanta, per esempio, porta l'esplosione del grunge, crea nuove superstar come i Red Hot Chili Peppers e i Metallica, fa entrare gli U2 in una dimensione parallela di popolarità assoluta e consacra il fenomeno più improbabile, quello che ha al centro i R.E.M., da Athens, Georgia. Passati alla Warner con Green, i quattro — protagonisti, nel decennio precedente, della programmazione delle college radio fanno il salto grazie a un album che parla d'amore. Ne parla alla maniera loro, senza nulla concedere al luogo comune e senza molto spiegare: pili che di un'analisi o un racconto, si tratta di un'evocazione di sentimenti e stati d'animo, dalla solitudine all'euforia, senza dimenticare l'ossessione, abilmente dissimulata in Losing My Religion, quello che diventerà il loro successo pili grande. Out Of Time è per molti versi l'album pili eccentrico della band pid eccentrica tra quelle di popolarità mondiale: è l'album meno chitarristico della loro intera discografia e quello in cui Michael Stipe canta di meno (in due brani la voce principale è di Mike Mills, il bassista, in altri due Stipe duetta con Kate Pierson dei B-52's). E l'album in cui il suono è pili vario, forse pili colorato (Shiny Happy People), ed è per certi versi un album di transizione, il perno centrale di una trilogia che con Green (1988) e il magnifico Automatic For The People (1992) si avvicina sempre pili ai sapori del country (sempre alla R.E.M. naturalmente) e che rimarrà per sempre l'essenza di ciò che questa band rappresenta per la storia del rock'n'roll. Non a caso, dopo Out Of Time, il gruppo decide di non partire per suonare dal vivo in giro per il mondo, e preferisce preparare un quasi immediato ritorno in studio. Come se il lavoro vero fosse ancora tutto da compiere. E il pubblico a decidere diversamente, e a fare di queste undici canzoni un punto di svolta nell'affermazione mondiale di quella che un tempo era l'alternativa, e che ora, almeno temporaneamente, va al potere. Con qualche buona ragione: come avviene in questo medesimo 1991 per i Nirvana, anche per i R.E.M. è tempo di assumersi le responsabilità. Dieci anni di esperienza in più li aiuteranno a cavarsela. (Mia valutazione: Ottimo)

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

12 novembre 2017

Iron Butterfly

Gruppo californiano di San Diego formato dal tastierista Doug Ingle e dal batterista Ron Bushy con Jerry Penrod, Danny Weis e Darryl Deloach. Dopo la pubblicazione di Heavy nel 1967, nella band restano solo Ingle e Bushy. Con altri due musicisti, Erik Braunn e Lee Doeman, esce il celebre "In-a-gadda-da-vida".

11 novembre 2017

Sonny Stitt & Dizzy Gillespie


Herman Leonard - Sonny Stitt & Dizzy Gillespie, New York City, 1953 Photograph: Black and White Type: Silver Gelatin

10 novembre 2017

Billy Bragg – Bridges Not Walls (2017)

di Emiliano Le Moglie

Ne è passato di tempo dagli esordi del songwriter inglese Billy Bragg, che ritroviamo in questi giorni alle prese con la promozione dal vivo del suo nuovo minialbum “Bridges not Walls”.
Sempre duro e controcorrente non solo nella scrittura musicale, ma anche nei confronti della stessa industria produttiva.
I primi passi Billy Bragg li ha curati a fine anni settanta con la band Riff Raff (tanto amati da Ken Loach).
Ispirazione militante, quella di Bragg, che ha tracciato un percorso di coerenza che pochi altri possono vantare.
Tutti ricordiamo il suo mini album d’esordio del 1983 “Life’s a Riot with Spy vs Spy”, che ha rappresentato il suo manifesto programmatico: erano gli anni della Thatcher e dei Redskins, e quello fu un album dall’impatto sociale e culturale fiammeggiante, un punto di non ritorno.
Ma Bragg ha negli anni maturato una scelta consapevole di scrittura musicale che lo ha portato a pubblicare album come “Brewing up with Billy Bragg” o la raccolta “Back to basics”.
Denuncia sociale alla Woody Guthrie ma anche intimità in grado di strizzare l’occhiolino alle future band lo-fi.
La musica abbracciata nella sua interezza con ispirazioni di white jazz e ornamenti orchestrali. Voglia di correre: come in questo suo nuovo album “Bridges not walls”, che vede la luce senza aspettare nuovi spazi creativi per il suo autore.
Troppo impellenti le storie da raccontare per rimanere sospese: su tutte la perla di ‘Saffiya Smiles‘ dedicata a Saffyah Khan, la coraggiosa donna che ha sfidato una manifestazione di primatisti bianchi con la forza del suo sorriso.
In un’epoca fatta di ritorno alle pallide sicurezze dei muri, Bragg prende posizione e la canta: non è più tempo di muri e lui sa bene di cosa parla, viste le sue battaglie a fianco dei minatori durante il governo della Lady di ferro.
Ispirazione ritrovata come hanno dimostrato le uscite estive ‘The Sleep Of Reason‘, ‘King Tide And The Sunny Day Flood‘ e ‘Why We Build The Wall‘.
Piccole gemme, come lo è anche questo album.
Bragg non è un cantautore da mainstream ma questa non è una debolezza, anzi, è la sua forza.
La forza della rivoluzione punk unita alla capacità di tradurre in canzoni le questioni sociali di oggi fanno del cantautore inglese un unicum nel panorama musicale.
E non dobbiamo dimenticare che questo album, come tutti i suoi precedenti trovano nelle esibizioni dal vivo una forza auto-rigenerante che impedisce al tempo di scalfirne il senso e la bellezza.
Billy non sarà mai colui che aprirà un concerto in onore della Regina Elisabetta II, nè forse avrà mai per lui il palco principale del Festival di Glastonbury, ma di sicuro quando ci sarà bisogno di appoggiare delle cause giuste lui e la sua chitarra saranno sempre pronti.
Perchè, e lui lo sa dai tempi del glorioso punk, un riff di chitarra può fare davvero male se non si è disposti a dare ascolto.
Garanzia.

9 novembre 2017

Solo il punk ci salverà

di Imma I.

Quarant’anni di Punk 77.
Perché questo periodo storico potrebbe essere proficuo per la nascita di nuovi generi musicali, nuove sperimentazioni in campo artistico e della moda? Scopriamolo insieme

Era il 1977, quando uscirono alcuni degli album più importanti per il mondo della discografia, soprattutto per il punk, 14 per la precisione e tutti di fila.
Inutile ricordarvi che quegli anni da un punto di vista musicale sono stati prolifici non solo per questo genere musicale, potremmo soffermarci per ore su tutti gli album usciti in quel periodo, ma in questo articolo voglio parlarvi nello specifico del Punk 77.

Ho cercato di indicare gli album che hanno segnato il punto di svolta per questo genere musicale e ne ho trovati 14, che vi riporto di seguito: Richard Hell & The Voidoids con il loro “Blank Generation”, I Television con “Marquee Moon”, I Wire con “Pink Flag”, I Sex Pistols con il loro “Never Mind the Bollocks here’s the Sex Pistols”, I Clash con “The Clash”, I Damned che uscirono con due album in quell’anno “Damned Damned Damned” e “Music for Pleasure”, gli Heartbreakers con “L.A.M.F.”, I Ramones che pure uscirono con due album in quell’anno “Leave Home” che uscì il 10 Gennaio e “Rocket to Russia” pubblicato il 4 Novembre, i Blondie con “Plastic Letters”, i Talking Heads con l’album omonimo, i Radio Birdman con “Radios Appear”, e “The Idiot” di Iggy Pop.

Anni ruggenti, su entrambe le sponde dell’Atlantico, la voglia di ribellione aveva raggiunto livelli di non ritorno, non solo in campo musicale. Era arrivato il momento di creare una profonda rottura con tutto quello che si era vissuto in precedenza. Le due culle principali per la nascita di questa nuova corrente culturale furono Londra, in Europa, e New York, negli USA (anche se la scena punk originaria è partita proprio da Los Angeles).

Come si poteva rimanere indifferenti di fronte a tutto questo? Dall’Europa agli USA era un brulicare di musica ribelle, aggressiva, rabbiosa. Già da un paio di anni si sentiva pronunciare quella parola “punk” scritta per la prima volta, in maniera appropriata sulla rivista Creem, da Lester Bangs – (era stata utilizzata erroneamente da Dave Marsh, sempre su Creem, un mese prima, ma per descrivere la musica di Question Mark and the Mysterians, appartenente in realtà al genere garage, ndr) – uno dei critici musicali più influenti e capaci di sempre, ahinoi morto troppo presto come molti degli artisti che seguiva da vicino.

Ma cosa succedeva nel mondo in quel periodo? Perché c’era questo forte senso di insoddisfazione?

Entrambe le sponde dell’Atlantico, Londra e New York, vivevano situazioni di grande disagio socio-economico: Londra era colpita da continui attentati dell’Ira e poco tempo dopo Margaret Thatcher assunse il potere; New York era sempre più alla deriva, si dava la caccia a Son of Sam, il pluriomicida David Berkowitz, i blackout erano continui e non si riusciva ad avere la meglio sulla criminalità cittadina.

È proprio questa l’atmosfera che crea la culla per la nascita e la diffusione di una scena musicale differente, con caratteristiche sempre più marcate, più dura del rock, più ribelle del metal: il punk.

Il motto degli anni precedenti, che aveva fatto da slogan alle schiere di hippies festosi e colorati, dalle barbe incolte e corone di fiori sulla fronte, il celebre “Peace&Love”, non aveva più alcun fascino, i capelli da lunghi e lisci iniziarono a diventare sempre più corti, netti e definiti.

Un cambiamento non solo musicale, dunque, ma anche nel mondo della moda. In molti dicevano che quel genere sarebbe passato in fretta, in realtà ancora oggi è proprio a quella corrente culturale che si attinge per cercare qualcosa di innovativo: il punk è stato fondamentale e lo è ancora oggi. Cambiò la moda: t-shirt, jeans neri aderenti e chiodo di pelle sul versante americano, una moda essenziale e minimal, ne sono l’esempio lampante i Ramones; a Londra invece l’abbigliamento diventa scioccante, inquietante e sfrontato, tutto spinto all’esasperazione, creste comprese.

A New York il primo a creare uno stile estremamente semplice fu Richard Hell quando si presentò durante un live, con la t-shirt con su scritto “Please Kill Me”, diventato poi anche il titolo di un libro, la famosa bibbia del punk, scritto da Gillian McCain e Legs McNeil.

Dall’altra parte dell’Atlantico c’era invece Sid Vicious con i suoi capelli scapigliati, il suo sguardo perso e le sue t-shirt piene di buchi.

“Il punk era molto eccitante. La musica era veloce e a tutto volume. I club erano piccoli, bui e impregnati di sudore e gli stessi punk erano pericolosi, o almeno questa era l’impressione che volevano dare” così dichiara Derek Ridgers, fotografo di quella scena e collaboratore di una delle più importanti case di moda del mondo, Gucci.

Diciamo che quel periodo storico per alcune analogie negative è molto simile a ciò che stiamo vivendo oggi: continui attentati, crisi economiche, incapacità dei Governi nella gestione dei problemi di carattere sociale, inadeguatezza e voglia di ribellione. I presupposti per creare una nuova ondata di musica ribelle ci sono tutti. Non più post punk o elettronica ma very foolish, davvero incazzata, pesante come anfibi ai piedi, pungente come metallo, veloce come un uragano.

Ma perché invece le nuove generazioni sono assuefatte a generi indie, tonalità più melodiche che potenti? Come mai c’è un appiattimento generale anche nelle nuove proposte musicali? Viviamo solo la nostalgia di un tempo passato? Quale modo migliore salutare i 40 anni di punk con nuove bad band invece che con nuove vecchie cover band?

Manca lo slancio, manca la voglia di spaccare tutto e di ricostruire poi. Sarà che forse chi può permettersi uno strumento musicale non ha voglia di suonarlo, non percepisce il disagio degli altri, o semplicemente tutto gli viene a noia?

Senza rabbia non si crea talvolta.

Il punk si caratterizza per la velocità e per l’aggressività della musica: batterie molto potenti e molto presenti, riff di chitarra semplici e bassi poco invadenti. Uno stile essenziale, veloce, che trova la sua manifestazione più evidente in locali piccoli e molto affollati, una vita vissuta tra continui eccessi e colpi di testa, a ritmo di pogo.
Cambia anche il modo di rapportarsi verso il pubblico, verso i propri fan, che vengono visti allo stesso livello del musicista, il palco è molto basso, quasi a misura d’uomo e se da una parte c’è l’irriverenza di Iggy Pop, che quasi ogni volta manda via i suoi fan umiliandoli e maltrattandoli; dall’altra c’è la gentilezza dei Clash, che si pongono in maniera del tutto differente, proprio come ci ricorda Lester Bangs, nel suo libro “Guida ragionevole al frastuono più atroce”.

Il critico musicale ha avuto modo di seguirli in tournée rimanendo davvero colpito da questo loro aspetto profondamente umano. Alle spalle di questi personaggi agivano poi le loro donne, compagne, groupie, che il più delle volte fomentavano le serate con litigi abbastanza teatrali ed eclatanti. Intorno c’era il mondo dei locali più cool: esibizioni, dissapori, critiche, il tutto esasperato da fiumi di alcol ed esagerazioni di ogni tipo.

Eppure ancora oggi non possiamo non guardare a quell’epoca che è stata la vera svolta, il punto di non ritorno, la cosa più moderna ancora mai uguagliata negli ultimi 40 anni. Un movimento vecchio, ma in realtà ancora giovanissimo e che ostenta con tutta la sua irriverenza la sua cresta colorata alle nuove generazioni, caccia la lingua al tempo che scorre e fa in modo non solo di essere ricordato, ma se possibile anche ripreso e rivissuto.