27 febbraio 2017

Phil Collins - Face Value (1981)

Il primo piano in bianco e nero del viso di Phil Collins occupa l'intera facciata della copertina del suo primo album da solista dal titolo "Face Value" uscito sul mercato nel 1981. Autore dello scatto fu il fotografo Trevor Key che in precedenza aveva già immortalato un altro ex Genesis, Peter Gabriel. La luce sparata sul viso del cantante forma una pesante ombreggiatura sulle labbra e sulle palpabre mettendo in evidenza gli occhi profondi di Collins, mentre è più lieve sui contorni del viso. Con questo intenso primo piano l'artista ha voluto a tutti i costi togliersi da dosso la nomea di batterista dei Genesis e dimostrare che questo era il Suo lavoro.


Grandaddy – Last Place (2017)

di Mariangela Santella

Mi costa davvero molto ammetterlo, e vorrei non fosse mai successo, ma c’è stato un periodo della mia vita in cui anche io ho guardato “Tre metri sopra il cielo”. E quale ragazza in piena fase adolescenziale negli anni 2000, non ricorda la scena in cui i protagonisti si baciano per la prima volta in quella stanza dai muri spogli, con la luce soffusa, al riparo dalla musica techno del resto del locale, mentre in sottofondo suona He’s Simple, He’s Dumb, He’s the Pilot? Sicuramente la scelta del film è opinabile, per usare un eufemismo, ma la canzone dei Grandaddy era perfetta per quella scena e soprattutto per far sognare a tutte un bacio del genere.

Fortunatamente Jason Lytle e compagni hanno deciso di farci sognare ancora e di farci un bel regalo per questo 2017: un disco nuovo di zecca dal titolo “Last Place”. Tornano così a suonare il loro alternative rock di impronta profondamente americana attraverso 12 brani, la cui opening track, Way We Won’t, riesce perfettamente nell’intento di sancire il loro grande ritorno. Si tratta di un brano in perfetto stile Grandaddy e sembra che il tempo non sia mai trascorso. Brush with the Wild ha un ritmo trascinante e un finale alquanto psichedelico, il che lo rende uno dei pezzi che preferisco. Più avanti, in Oh She Deleter, troveremo un brevissimo intermezzo musicale che lo riprende, rallentandone però il ritmo.

Evermore è pezzo caratterizzato dal synth pesantemente pop e ripetitivo che Jason stesso definisce un’ottima scusa per costruire una canzone intorno alla ripetizione. Nonostante ammetta di non avere un’idea precisa di che cosa volesse dire scrivendo questa canzone, l’immagine evocata sembrerebbe quella di un desolato e polveroso paesaggio pieno di dolore e di cuori infranti. Ed effettivamente queste immagini di tristezza vengono evocate spesso: ad esempio anche in The Boat is in the Barn aleggia un’aria di malinconia dovuta ad un amore evidentemente ormai finito (“It’s like you’ve never meet me here after all” e “But now my love ain’t gone, the boat is in the barn“).

La traccia che preferisco è Chek Injin: suona in modo più potente, quasi punk, e sulle note di “Please keep going, please keep fucking going“, va in una specie di corto circuito sonoro, provocato dallo scontro stridente tra chitarra e sintetizzatore, che danno poi inizio, come fosse un’unica canzone, alla successiva I Don’t Wanna Live Here Anymore. Questa è sicuramente la parte che ho trovato più interessante in tutto il disco in quanto rappresenta una sorta di “punto di rottura” e perchè adoro questo modo apparentemente spensierato di cantare, anche se ciò di cui si sta cantando è un amore finito o qualcos’altro di doloroso.

That’s What You Get for Getting Outta Bed e This is the Part sono dei pezzi più lenti, i quali conducono a Jed the 4th. Ecco che ritorna il robot amico Jed, personaggio caro a Jason, già incontrato in Jed the Humanoid, in Jed’s Other Poem (Beautiful Ground) e in Jeddy 3’s Poem, chiaro segnale di volontà di continuità con i dischi precedenti. Si tratta di una metafora del bere e degli effetti dell’alcool che Jason tiene a ricordare e a sottolineare: “You know it’s all a metaphor for being drunk and on the floor“.

L’album è quasi agli sgoccioli quando inizia A Lost Machine, in cui la band si scatena in un rock più classico e leggermente più deprimente, e infine con Songbird Son, canzone conclusiva di tracce caratterizzate da sonorità a tratti artificiali e a tratti più classiche, da momenti di estrema delicatezza ed intimismo, accentuati dai testi intensi e dalla bella voce del frontman. Ci auguriamo non spariscano ancora!

25 febbraio 2017

I Wanna Roo You (Scottish Derivative) - Van Morrison

On the third of December
Covered with snow
You in the kitchen
With the lights way down low
I've been fouled up playing my old guitar
Speaking to you, darling, found out how you are
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
Come to me softly
Come to me quiet
Know what I'm after
I'm gonna try it
Snowstorm's on the way and we'll be stranded for a week
Come over to the window, look outside take a peek
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
You know I am lonely
And in need of your company
Oh, let your love light shine on down on me
And we can just sit here
Look at the fire
Watch the flames leaping higher and higher
Tea on the stove foot in the pan
Ain't going nowhere and we don't have any plans
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
And you know I am lonely
I been in need of your company
Let your love shine on down on me
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
I wanna roo you, wanna get through to you
I wanna woo you, woo you tonight
Woo you tonight, pretty baby
Woo you tonight, little darling
Woo you tonight, alright
Woo you tonightù

...

Il tre di dicembre
tutto è coperto dalla neve
tu sei nella cucina
con le luci tenute basse
mi sono ostinato nel suonare la mia vecchia chitarra
parlando a te, cara, accorgendomi di come tu sei
voglio conquistarti, voglio entrare in comunicazione con te
voglio farti la corte, voglio farti la corte stasera
vieni da me dolcemente
vieni da me lentamente
scopri come sono
quando ci provo
stanno arrivando tempeste di neve e resteremo bloccati per una settimana
vieni alla finestra, guarda fuori, dai una occhiata
(non siamo in grado di tradurre questo verso; suggerimenti?)
tu sai che sono solo
e che sono in cerca della tua compagnia
lascia che la luce del tuo amore mi illumini
e noi possiamo semplicemente stare seduti qui
a guardare il fuoco (del caminetto)
guardare le fiamme che guizzano sempre più alte
il tè sul fornello, i piedi nella bacinella
non dobbiamo andare da nessuna parte, e non abbiamo a piano nulla da fare

Accadde oggi...

George Harrison il chitarrista dei Beatles

Nasce a Liverpool George Harrison. A quindici anni, il suo compagno di scuola Paul McCartney lo presenta a John Lennon, già leader di un gruppo, i Quarrymen. George inizia ad affiancare il chitarrista ufficiale della band per poi sostituirlo nel 1959. Pochi mesi dopo I Quarrymen diventeranno I Beatles. Nel periodo dei successi dei Beatles, George compone solo pochi brani per la band. Raggiungerà una piena maturità musicale dopo il 1965, quando conosce il maestro indiano Ravi Shankar e ne abbraccia la filosofia. E’ fra i primi a innestare strumenti orientali nel rock. Allo scioglimento dei Beatles, Harrison inizia la carriera da solista. Muore nel novembre 2001.

Link al video di Rai Storia


24 febbraio 2017

Sufjan Stevens - Illinois

The B-52 's - Cosmic Thing (1989)

Nel 1985, a 32 anni, muore Ricky Wilson, che aveva fondato i B-52's, con gli altri quattro (tra cui sua sorella Cindy), il giorno di San Valentino del 1977. Quattro anni dopo, esce l'album che parla di lui dall'inizio alla fine, senza mai nominarlo, neanche indirettamente. E stata dura, per l'intrico di sentimenti e legami che i B-52's hanno rappresentato, per essere stati da sempre, da quel giorno di San Valentino 1977, la migliore party band del pianeta, perché c'entra l'Aids e in questa seconda metà degli anni Ottanta «la grande malattia con il piccolo nome» non si cita mai volentieri. E stata dura perché Keith Strickland ha dovuto raccogliere il testimone di Ricky alla chitarra e la sezione ritmica è tutta nuova, E stata dura, infine, perché Ricky firmava quasi tutte le canzoni della band. Ma l'idea che guida i quattro di Athens (è la città universitaria della Georgia, dove sono nati anche i R.E.M.) è giusta: celebrare la fine degli anni Ottanta (quelli di Reagan e dell'Aids, quelli di Michael Jackson e di Mtv) con una grande festa, un rogo catartico coloratissimo e senza freni, prodotto, per di Pili, da due maestri della dance intelligente come Nile Rodgers, quello degli Chic, e Don Was (Was Not Was). Di una catarsi si tratta, e le cicatrici sono tutte li, nascoste (non del tutto, poi) dalle paillettes, dalle parrucche e dai trucchi di scena. Ma è ciò che rende pili bella la festa, e ciò che rende questo album imperdibile (per una volta, incredibilmente, il migliore e insieme il pili venduto nella storia di un gruppo che comunque rimarrà essenzialmente alternativo a tutto), è l'energia che emana. E la malinconia che lascia. L'energia e la malinconia dei viaggi all'indietro, fino alla propria adolescenza e a quella, leggendaria, di tutti quantü Love Shack, il pezzo che finirà in classifica, racconta di una capanna fuori città che conduce direttamente a un'altra dimensione, quella in cui status e denaro non contano, quellaxin cui ci si vuole bene e ci si sente perfetti, in nome dell'amore. E la terra mitica della giovinezza, quando si può immaginare di fondare un gruppo polisessuale, un po' retro, un po' futurista, La migliore party band del pianeta. Quando la morte non Si può nemmeno pensare e gli amici non ci lasciano mai. Al massimo, vengono rapiti dagli alieni. 

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

23 febbraio 2017

Hollow Bones by - Casey Neill & The Norway Rats

Accadde oggi...

1944: Nasce Johnny Winter, albino chitarrista blues rock. Muore il 16 luglio 2014.

1950: Nasce Danny Federici, tastierista della E Street Band di Bruce Springsteen. Muore il 17 aprile 2008.

1958: Nasce David Sylvian, leader dei Japan e poi raffinato artista solista.

1985: Gli Smiths di Morrissey raggiungono con "Meat is murder" la vetta dei dischi più venduti in Inghilterra, scalzando niente meno che l'album di Bruce Springsteen "Born in the USA".

22 febbraio 2017

Trilok Gurtu

Percussionista di Bombay, Trilok Gurtu (1951), si avvicina alla musica grazie alla madre, la cantante Shobha (della quale produrrà, nel 1990, Shobba Gurtu). Inizia a suonare la tabla, tipico strumento percussivo della tradizione indiana, ma l'interesse per la musica occidentale (Jimi Hendrix, James Brown, The Supremes) lo porta verso un progressivo allargamento del proprio set di percussioni.


Julie’s Haircut – Invocation & Ritual Dance Of My Demon Twin (2017)

di Stefano Pifferi

Hanno da tempo perso la barra dritta della canzone in senso stretto, i Julie’s Haircut, quasi come se avessero definitivamente dato quel taglio col passato che è insito nel nome sceltosi vari anni fa. Di passato ne hanno eccome, visto che questo Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin è l’album numero sette nel complesso, primo per la sempre attenta label inglese Rocket e quarto della cosiddetta “seconda fase” della band; quella, cioè, virata su panorami meno canonici, più dilatati, lontani dalla “forma-canzone” di matrice indie, nata orientativamente in zona After Dark, My Sweet, sviluppata nell’ampiezza di Our Secret Ceremony e ripresa nell’ottimo album precedente Ashram Equinox, ma elaborata per piccoli passi anche nei cosiddetti pezzi minori come The Wildlife Variations.
Ecco così che Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin diviene punto nodale di un percorso lineare – di crescita e messa a fuoco di un modus operandi innanzitutto, viste le modalità improvvisative e di successiva rielaborazione in studio con cui è stato “assemblato” il disco – in cui l’eccentricità (da intendersi etimologicamente) e la disgregazione sonora la fanno da padroni, creando visioni che partono dal kraut tedesco dei tempi che furono e si sfarinano via via su lande impro, passaggi ipnotici, divagazioni umorali, mantra estatici, umori post-rock. La mini-suite Zukunft, coi suoi 11 minuti di canonizzazione ascendente di psichedelia circolare sax/percussioni, inaugura l’album mettendo subito in chiaro che gli orizzonti sono ampi e dilatati e che reiterazioni e ipnotiche circolarità sono elementi fondamentali su cui diluire anche l’impatto materico e “rock” di pezzi come The Fire Sermon (in particolare le aperture acide) o Orpheus Rising (amplificatori al rosso come in casa Spacemen 3, e deliqui free di sax). Il trip sciamanico di Gathering Light, le distese pastoral-psych di Cycles o la nenia orientaleggiante che fa da chiosa al disco (Koan), non fanno che supportare questa visione d’insieme ad alta gradazione psichedelica sub specie kraut-revisited, che vede la sua più finita e perfetta collocazione nel catalogo Rocket. Come dire, dilatare la platea attraverso la dilatazione dello spazio sonoro e viceversa.