25 maggio 2017

Henry Cow

Gruppo storico del rock sperimenale europeo, gli Henry Cow sono stati un importante punto di riferimento, non solo musicale, nel periodo di musica autogestita e politicizzata intorno alla metà dei '70. Il gruppo nasce nel 1968, attorno a Fred Frith e Tim Hodgkinson, all'epoca impegnati in sonorità "Neo Hiroshima", all'interno di una dance band capeggiata da Roger Bacon.

24 maggio 2017

Accade oggi...

1955: Nasce a Memphis, Tennessee, USA, Rosanne Cash, cantautrice figlia di Johnny Cash.

1963: Muore a Chicago il bluesman Elmore James. Era nato a Richland, MIssissippi, USA.

1968: Esce in Gran Bretagna il singolo dei Rolling Stones "Jumpin' Jack Flash".

1969: Nasce ad Atlanta, in Georgia, Rich Robinson, chitarrista dei Black Crowes, da lui fondati insieme al fratello Chris.

1974: Muore Duke Ellington, grandissimo musicista jazz. Era nato col nome di Edward Kennedy Ellington il 29 aprile 1899 a Washington, USA.

1991: Muore Gene Clark, fondatore dei Byrds. Era nato il 17 novembre del 1944 a Tipton, MIssouri, USA.

2009: Scompare a soli 45 anni nella sua casa di Urbana, cittadina dell'Illinois poco distante da Chicago, Jay Bennett, cantautore ed ex componente dei Wilco, dove aveva militato dal 1994 al 2002.

Faust – Fresh Air (2017)

di Valeria Ferro

Allons enfants de l'Anarchie, notre jour de jouir est arrivé!

A tre anni di distanza dal mediocre "j US t", ritorna uno dei gruppi più iconoclastici del kraut-rock guidato da Zappi Diermaier e Jean-Hervé Péron. Lo fanno ancora sotto l'egida della Bureau B, etichetta indipendente tedesca che vanta nel suo arsenale altri reduci della stessa esperienza sperimentale anni Settanta come Karl Bartos (Kraftwerk) e Harald Grosskopf (Wallenstein, Cosmic Jokers), oltre a interessanti nomi emersi più recentemente come Michael Bundt e gli Ulan Bator. D'altra parte, la compagine degli "altri" Faust - guidati da Hans Irmler - sembra aver cessato attività dal profetico "Faust Is Last" (2010).

Per chi non la conoscesse, la storia dei Faust inizia come una delle più grandi truffe che il rock ricordi: nel 1971 un tale di nome Uwe Nettelbeck si propone come produttore della band, riuscendo a far strappare ai Faust - senza neanche farli suonare una nota - un ricco contratto per la Polydor, convinto di avere tra le mani i nuovi Beatles. La verità era molto più distante di quanto fosse immaginabile pensare. Nei primi tre album, i Faust hanno infatti dato via libera a una miscela d'avanguardia inedita fino ad allora: non c'erano gli inni lisergici dei Velvet Underground, né le spiagge dorate della California e i suoi figli dei fiori, che vengono invece spazzati vie dalle nevrosi post-belliche della band. Persino all'interno della Germania, il dilettantismo illuminato dei Faust resta quasi un caso isolato tra le derive cosmiche dei più.

Questo era successo oltre quarant'anni fa. Ora la Germania si è lasciata alle spalle il suo nefasto passato ed è diventata una - se non la - potenza leader in Europa. Ma se i tempi sono cambiati, il futuro che vedono oggi i Faust rimane ugualmente grigio. La band, ora come allora, asserisce però di non avere piani a riguardo: "Lasciamo solo che la musica suoni attraverso di noi", sostiene Jean-Hervé Péron, rimandando alla mente dell'ascoltatore il come assorbire quello che ha tutta l'aria di essere un album di protesta.
Anche la nascita del disco segue questa imprevedibilità: "Fresh Air" viene infatti registrato con differenti ensemble e in diverse località durante il tour americano nella primavera del 2016. Le tracce di apertura e chiusura sono state catturate in presa diretta nella stazione radio di Wfmu a Jersey City, mentre altri brani provengono da una performance presso il California Institute of Arts di Los Angeles. A tutto questo si aggiungono le sovraincisioni in studio e i field recording di Péron, che distinguono il disco da un semplice live: è difficile dire quanto sia stato composto e quanto sia stato improvvisato, ma tutto alla fine sembra scorrere in modo uniforme.

In "Fresh Air" oltre ai fondatori Werner "Zappi" Diermaier (batteria) e Jean-Hervé Péron (basso, chitarra, voce) partecipano anche Barbara Manning con le sue live lecture, Jürgen Engler (Die Krupps) alle sovraincisioni e Ysanne Spevack con la sua viola. Personaggi che si inseriscono all'interno della dinamiche ritmiche del duo, offrendo spesso delle visionarie onomatopee tramite i loro strumenti discordanti. Anche se ora preferiscono l'ortografia faUSt - per citare il loro penultimo album "j US t" - si può ancora respirare l'entropia electro-noise della loro musica primigenea, intenta a plasmare oggi un nuovo film nella testa dell'ascoltatore, stando tuttavia lontani da prevedibili sequel.

L'album si apre con l'imponente title track (17 minuti) riempita di recitativi, voci operistiche e spettrali bordoni. Dopo una lunga e lenta costruzione, emerge un ritmo egemonico e martellante da incubo iper-urbano. C'è l'invito ripetuto a respirare aria fresca da Tokyo a New York all'interno dei versi della canzone, ricavati da una poesia di un compagno di scuola francese di Péron (qui tradotta e recitata in polacco).
Dopo un paio di pezzi più brevi - il rurale minuto di "Bird Of Texas" e i 23 secondi da coro dadaista di "Partitur" - l'album si arena poi nei ritmi rilassanti di "La Poulie", con la chitarra e il basso che si adagiano sulle texture elettroniche della traccia.

In "Chlorophyl" Péron riscrive la Marsigliese adattandola ai tempi odierni, facendo un appello disperato ai musicisti in un mondo ormai prossimo al collasso ("artisti, impegnatevi nelle vostre canzoni: l'arte per arte è finita"). "Lights Flicker" rinnova invece l'istinto anarco-situazionista della band, mentre la placida chiusura "Fish" - che ricorda la "Mamie Is Blue" di "So Far" - offre ancora uno sguardo verso questioni ambientali e politiche nelle declamazioni franco-inglesi di Péron e della Manning ("il mare non si cura dei cadaveri dei profughi, che lentamente affondano nel Mediterraneo"), rasentando le composizioni devastanti e post-industrial dei Godspeed You! Black Emperor.

"Fresh Air" è un album impegnato ma tutto sommato divertente; gli appassionati di dischi in vinile possono soddisfare il loro feticismo con una limited edition contenente una traccia aggiuntiva ("American Sperm"). Tuttavia, bisogna prima di tutto ricordarsi una cosa: i tempi sono cambiati - e lo sono anche i Faust - e se ci si aspetta un album uguale a "Faust" o "Faust IV", il rischio è di rimanere incredibilmente delusi.

23 maggio 2017

Accadde oggi...

1947: Nasce a Cannes Patrick Erard Djivas, bassista prima degli Area, dei quali è stato fondatore nel 1971, poi (dal 1973) della PFM. E' l'autore della sigla del TG5.

1967: Nasce a Abingdon-on-Thames, UK, Phil Selway, batterista dei Radiohead.

1968: Prima esibizione live di Jimi Hendrix in Italia, al Piper di Milano. Il 24 e il 25 suona al Brancaccio di Roma, il 26 al Palazzo dello Sport di Bologna.

1978: Prende il via dallo Shea Theatre di Buffalo il tour promozionale di 118 concerti dell'album di Bruce Springsteen "Darkness on the edge of town"

1980: Esce in Gran Bretagna per la Island Records "11 o'clock tick tock", il secondo singolo degli U2; il primo, "Another day", era uscito solo in Irlanda il 26 febbraio 1980 su etichetta Columbia, per la quale la band aveva già pubblicato nel settembre del 1979 l'EP "Three".

“Ok Computer” cambiò delle cose, 20 anni fa

Il 21 maggio 1997 uscì il disco più famoso dei Radiohead, secondo molti l'ultimo ad aver fatto cambiare direzione al rock


Nel 1997 la musica rock era soprattutto due cose, una più inglese e una più americana: da una parte c’era il britpop degli Oasis, dei Blur, dei Pulp e dei Suede, e dall’altra c’era l’onda lunga del grunge, inventato una decina di anni prima dai Nirvana, dai Pearl Jam, dai Soundgarden e dai Mudhoney. Il primo era una cosa nuova e molto tradizionale allo stesso tempo, che doveva moltissimo ai Beatles e faceva dell’orecchiabilità delle melodie uno dei suoi punti di forza. Il secondo era stata l’ultima grande novità del rock, legata come molte altre alla ribellione giovanile e alla frustrazione verso un modo di fare musica che appariva logoro, in quel caso l’hard rock degli anni Ottanta. Sia il britpop sia il grunge avevano al centro lo strumento più rappresentativo della musica rock: la chitarra elettrica. Era questo il contesto in cui, il 21 maggio di quell’anno, vent’anni fa, i Radiohead fecero uscire Ok Computer, il loro disco più famoso e venduto, considerato da molti l’ultimo ad aver cambiato la musica rock.


Quando arrivarono i Radiohead, nel 1993 con il loro primo disco Pablo Honey, non sembrarono da subito qualcosa di rivoluzionario: mischiavano sapientemente schitarrate alla Sonic Youth a melodie che rimanevano appiccicate, e il loro cantante Thom Yorke si faceva notare per una gran voce che ricordava quella di Bono o di Michael Stipe dei REM. The Bends, che arrivò due anni dopo, ebbe molto più successo, facendo notare ai critici musicali quella band di Abingdon che al secondo disco aveva già imparato a unire canzoni in falsetto, chitarre acustiche e tastiere ai suoni grunge e incazzati di Pablo Honey. Yorke accompagnava il tutto con testi riflessivi e spesso poco comprensibili, ma ciononostante le canzoni sembravano fatte per essere suonate negli stadi. Il loro non era lo stesso campionato delle altre band che andavano nella prima metà degli anni Novanta, e la gente cominciò a capirlo.

Il 1997 era l’anno giusto, per i Radiohead. Il grunge aveva fatto quello che doveva fare, il britpop non era più una cosa nuova, e il “rock alternativo” non stava andando da nessuna parte, e anzi sembrava guardare indietro. Le novità più interessanti arrivavano dalla musica elettronica, che in molti stavano mescolando con il rock e con l’hip hop, soprattutto a poche decine di chilometri dal posto in cui vivevano i Radiohead, dove da qualche anno i Massive Attack e i Portishead avevano inventato dei suoni e delle canzoni così nuove che i critici avevano dovuto chiamarli con il nome della città dalla quale venivano entrambi i gruppi, Bristol. Nel 1997 internet stava iniziando a diventare una cosa grossa, le persone stavano cominciando in massa a mettersi in casa i computer, e in molti avevano l’impressione che tutte queste cose fossero lì per rimanere. Come ha scritto Marc Hogan su Pitchfork, il 1997 era l’anno in cui «fare un disco che allo stesso tempo incarnasse e sovvertisse l’ideale di album rock avrebbe portato alla sua incoronazione a miglior disco di sempre».


I Radiohead lo registrarono per metà in una lussuosa e antica villa a Bath, nel Somerset, un posto isolato che aiutò i membri della band a trovare l’ispirazione. Prima avevano già scritto alcune canzoni, avevano fatto un tour negli Stati Uniti per aprire i concerti di Alanis Morisette e avevano scritto la canzone dei titoli di coda di Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, che sarebbe poi finita nel disco con il nome di “Exit Music (For a Film)”.



Il primo singolo che fecero uscire era “Paranoid Android”, una canzone senza un ritornello e senza delle parti facilmente identificabili, con delle sezioni molto diverse tra loro, che facevano seguire riff di chitarre distorte e assoli ad arpeggi e cori malinconici. C’era poi “Subterranean Homesick Alien”, il cui titolo era un calco di “Subterranean Homesick Blues”, la canzone della cosiddetta “svolta elettrica” di Bob Dylan, in cui Yorke suonava un piano elettrico Fender Rhodes, lo stesso usato da Miles Davis nel suo disco Bitches Brew, che i Radiohead citarono come una delle influenze per Ok Computer.



I Radiohead misero nel disco quelle che sono forse le due canzoni più da sing along della loro storia, “Karma Police” e “No Surprises”, due ballad acustiche che infatti furono pubblicate come singoli. Ma in mezzo ci infilarono “Electioneering”, una canzone fatta tutta di schitarrate, e tra le più tradizionalmente rock della loro carriera.



La forza di Ok Computer, e il merito principale che gli viene riconosciuto ancora oggi, è che non era esattamente un disco rock, anche se lo sembrava. Dentro c’erano canzoni difficilmente etichettabili, che si ispiravano al jazz e alla musica elettronica, non tanto nei suoni quanto nelle atmosfere che richiamavano. Lo strumento più importante erano ancora le chitarre, ma suonavano in modo diverso da quello che si era sentito fino ad allora: era una sorta di anteprima di quello che sarebbe successo con Kid A, il disco successivo dei Radiohead, uscito nel 2000 e che accelerò quei cambiamenti anticipati in Ok Computer, sostituendo gli strumenti classici del rock con sintetizzatori, drum machine e archi.

L’altra cosa che i Radiohead indovinarono, con Ok Computer, era tutta l’area semantica che richiamavano i testi delle canzoni, che raccontavano in maniera criptica e angosciata le ansie per un futuro che sembrava, a ragione, destinato a diventare dominato dalla tecnologia. Quello dei Radiohead non era però luddismo o passatismo, e anzi c’era una specie di fascinazione verso un mondo che pure Yorke descriveva come distopico. Erano anni che nessuno faceva un disco così completo e concettuale, con una grande coerenza e fluidità nella successione delle canzoni, un tema portante molto attuale e sentito, e che fosse spesso addirittura orecchiabile. Quando i dirigenti dell’etichetta americana dei Radiohead sentirono il disco per la prima volta, abbassarono le stime di vendita da due milioni a mezzo milione, prevedendo che sarebbe stato un insuccesso. Ok Computer uscì il 21 maggio in Giappone, il 16 giugno in Regno Unito e il primo luglio negli Stati Uniti: da allora ha venduto 4 milioni e mezzo di copie.



22 maggio 2017

Accadde oggi...

1959: Nasce a Davyhulme, Lancashire, UK, Steven Patrick Morrissey, cantante degli Smiths fino allo scioglimento del gruppo, poi solista.

1972: Abbandonati da Tom Fogerty da qualche mese, i Creedence Clearwater Revival tengono a Denver il loro ultimo concerto.

1975: A Besancon (Francia) Peter Gabriel si esibisce per l'ultima volta dal vivo con i Genesis a chiusura del tour di "The lamb lies down on Broadway".

Colter Wall – Colter Wall (2017)

di Fabio Cerbone

Scorgi in lontananza la polvere alzata dagli zoccoli del cavallo, l'ombra solitaria che entra nel villaggio, gli stivali che toccano terra, il volto scavato e stanco per l'interminabile viaggio, la ricerca del primo saloon nei paraggi. Intuisci che sta per succedere qualcosa e che la vita di quel posto non sarà più la stessa. Sceneggiatura classica, tutti i cliché compresi, America immaginata, e la voce di Colter Wall a fare da colonna sonora, magari di un western crepuscolare girato da Sam Peckinpah. Anche il nome sembra avere un destino segnato: non ve lo immaginate già stampato su qualche manifesto, vivo o morto? I conti tornano fino a un cetto punto, perché Colter Wall arriva dalle grandi pianure del Saskatchewan, Canada e non bazzica la Death Valley, ha soltanto 21 anni e non ha mai conosciuto l'epopea d'oro né del cinema western, né della country music.

Possiede però una voce profonda che pare arrivare da un altro tempo, invecchiata nelle botti di whiskey, un baritono alla Johny Cash che incontra la desolazione di Townes Van Zandt e gli orizzonti da outlaw di Waylon Jennings. Il fascino dell'omonimo esordio - dopo un ep nel 2015 intitolato Imaginary Appalachian e una canzone in particolare, Sleeping On The Blacktop, finita direttamente nella sountrack del fortunato 'Hell or High Water' con Jeff Bridges - è tutto racchiuso in questa essenza scarna da dura frontiera, un suono asciutto ed epico al tempo stesso che dall'apertura di Thirteen Silver Dollars affronta un sentiero buio e tempestoso, dove murder ballad e spietate canzoni d'amore, romanticismo da fuorilegge e racconti da provetto folksinger si alternano mantenendo al centro la figura di Colter Wall e la sua narrazione. Il fantasma di Townes Van Zandt aleggia dappertutto, quanto meno a livello stilistico: tra una Codeine Dream che rimanda indirettamente al classico Waiting Around to Die e la cover di Snake Mountain Blues, per non dire di Fraulein, dolce walzer country che Townes incise sul capolavoro The Late Great Townes Van Zandt.

L'enigmatica poesia dei testi di Van Zandt, la loro dura eppure sensibile cronaca non è tuttavia la stessa e qui di Pancho & Lefty non ne scorgiamo ancora, ma il bianco e nero di Kate McCannon e la tenera seranata da hobo di Transcendent Ramblin' Railroad Blues sono ballate che non passano indiferrenti, lasciando stupiti per la maturità di un ragazzo di poco più di vent'anni. Dave Cobb, produttore ormai in prima linea nel nuovo tradizionalismo a Nashville, ha intuito la seduzione di Colter Wall e la potenza del suo canto, costruendo un disco di silenzi e soffi acustici: un piano (come nel dondolio agrodolce di You Look To Yours), una steel guitar (Me and Big Dave), qualche timidissimo accenno ritmico (dal vivo spesso è il solo Colter Wall ad accompagnarsi con grancassa e chitarra) è tutto ciò che occorre per costruire l'ossatura del disco.

E di ossa dovremmo ben parlare per descrivere questi brani, che ricordano le intuizioni di Willie Nelson quando a metà anni settanta sconvolse Nashville portando il suo 'Red Headed Stranger' all'attenzione di un nuovo pubblico. Quarant'anni dopo Colter Wall prova a inserirsi in quel solco, al momento con qualche luogo comune nel songwriting, dovuto anche all'inesperienza, ma prendendo dignitosamente posto al fianco di Chris Stapleton, Brent Cobb, Sturgill Simpson e tutti gli altri giovani cavalieri dalle lunghe ombre che stanno entrando in città. Buona fortuna.

21 maggio 2017

Accadde oggi...

1948: Nasce a Shoreham-by-Sea, UK, il cantante Gerard Hugh Sayer, in arte Leo Sayer, primo nella classifica britannica del 1979 con la sua raccolta di successi "The best of Leo Sayer".

1954: Nasce a Newark, USA, Marc Ribot, chitarrista eclettico: ha collaborato fra gli altri con Tom Waits, Elvis Costello, Vinicio Capossela e John Zorn.

1977: L'album "Rumours" dei Fleetwood Mac scalza dalla prima posizione della classifica "Hotel California" degli Eagles.

1980: Joe Strummer dei Clash viene arrestato ad Amburgo per aver colpito con la chitarra uno spettatore del concerto nella città tedesca.


Nina Simone


Nina Simone in Central Park, NYC, 1958. Photo by Chuck Stewart.

20 maggio 2017

Accadde oggi...

1944: Nasce a Sheffield, UK, Joe Cocker, cantante dalla voce di carta vetrata. Morirà il 22 dicembre 2014.

1954: Esce negli Stati Uniti su 45 giri, etichetta Decca, la canzone 'Rock around the clock' cantata da Bill Haley.

1969: Muore a New York il jazzista Coleman Hawkins, detto anche “Hawk” o “Bean”. Hawk è stato il musicista che ha contribuito maggiormente all'identificazione tra jazz e sassofono. Rimane storica la sua interpretazione di “Body and Soul” del 1939.

2013: Muore Ray Manzarek, tastierista e fondatore dei Doors. Era nato a Chicago il 12 febbraio 1939.