22 settembre 2017

James Yorkston, Jon Thorne, Suhail Yusuf Khan – Neuk Wight Delhi All-Stars (2017)

di Gianfranco Marmoro

Il fluire poetico del musicista scozzese James Yorkston, in perenne bilico tra Nick Drake e Syd Barrett, non poteva trovare miglior culla di quella cucita dalle abili architetture folk-jazz di Jon Thorne e dal magico suono del sarangi di Suhail Yusuf Khan. La festa di colori e suoni, a volte atonali, di "Everything Sacred", ha difatti certificato l'esistenza di un nuovo concetto di world music, dando forma a un idioma stilistico in cui i linguaggi perdono parte della matrice etnica per sposare inediti profili di bellezza lirica.

Il perfetto amalgama dei tre musicisti si evince già dal titolo del nuovo album "Neuk Wight Delhi All Stars", che nel ribadire il legame con gli eterogenei luoghi d'origine evidenzia in converso la forza espressiva dell'insieme, che trova la sua più aulica manifestazione nei quindici minuti abbondanti di "Halleluwah", che scorre tra furore ed estemporaneità strumentali di eccellente e raffinata fattura.
Yorkston, Thorne e Khan evitano ancora una volta le secche di una fusion dai toni concilianti, esplorando quel territorio al confine tra jazz e folk che già Pentangle e Incredible String Band esaltarono a forma d'arte.

Ci sono altresì curiose assonanze tra l'introduttiva "Chori, Chori" e la famosa "Suite: Judy Blue Eyes" di CS&N, similitudini che permettono di osservare la musica del trio da un punto di vista diverso da quello più banale e prevedibile dell'etno-folk. C'è una maggiore attenzione al canto in "Neuk Wight Delhi All Stars", quasi a sottolineare la sofferenza e la fragilità umana. Le canzoni sono ingenue e delicate ("Bales"), o stranamente ricche di armonie ("The Blue Of The Thistle") al punto da evocare il raffinato romanticismo di Peter Gabriel, fino a lambire vertici poetici di rara intensità in "The Blues You Sang", stupenda ballata folk cantata a più voci, che trascende i confini espressivi con una potenza lirica che solo Robert Wyatt è riuscito a riproporre con continuità.

Non è un album facile, il nuovo di Yorkston, Thorne e Khan. Il canto solitario di "Jaldhar Kedara (Wedding Song)" e la trance armonica di "Recruited Collier" quasi confondono le acque, lasciando alle sinergie pastorali e psichedeliche di "False True Piya" e "Saarang/Just A Bloke" le esternazioni più mesmeriche e spirituali di un'affascinante fusione tra Oriente e Occidente.

21 settembre 2017

Accadde oggi...

1934: Nasce a Westmount, in Canada, Leonard Cohen, cantautore, scrittore e poeta. Morirà il 7 novembre 2016.

1947: Nasce a Gaineswville, Florida, USA, Don Felder, chitarrista degli Eagles.

1951: Nasce a Genova Ivano Fossati, cantautore e polistrumentista, già nei Delirium, poi solista.

1987: Muore Jaco Pastorius bassista degli Weather Report, session man e solista. Era nato con il nome di John Francis Anthony Pastorius III a Norristown, Pennsylvania, USA, l'1 dicembre del 1951.

2011: Con un comunicato sul proprio sito web i R.E.M. annunciano la fine della loro attività.

Miriam Makeba


Jürgen Schadeberg - Miriam Makeba posing for Drum Cover, 1955

20 settembre 2017

Chris Bathgate - Dizzy Seas (2017)

di Gabriele Benzing

Un passo dopo l'altro. Flettersi e distendersi. Il ritmo del respiro che cerca il suo equilibrio, con la lentezza di un fluire ipnotico. Il moto meccanico del corpo, il libero spaziare della mente.
Ha fatto un lungo cammino, Chris Bathgate. Ha attraversato il silenzio dei boschi e la voce dei propri pensieri. Il suo ultimo album, "Salt Year", risaliva ormai al 2011. Poi, l'anno scorso, lo schivo riaffacciarsi con l'Ep "Old Factory". Ed ora, finalmente, il ritorno vero e proprio: perché le canzoni del songwriter americano sono fatte della stoffa preziosa delle cose per cui vale ancora la pena attendere.

"As my footsteps start to fade/ How my thoughts they drift away", annuncia "Northern Country Trail", il brano chiamato ad anticipare il nuovo disco. Perdersi. Scomparire. È questo che Bathgate ha cercato lungo il percorso, e "Dizzy Seas" ne porta l'eco in ogni nota. Contorni impalpabili come le macchie di Rorschach della copertina, paesaggi atmosferici come il trascolare di un sogno ad occhi aperti: "Vorrei che la mente di chi ascolta potesse vagare liberamente durante una canzone".
L'essenza è fatta sempre della materia prima del folk, come insegna il lirismo antico del fiddle di "Water". Ma quel palpitare sottile che freme sottopelle, quello spaziare liquido che abbraccia il suono appartengono a una dimensione più onirica: "Sometimes my thoughts/ Are like lights on the water".

Come un Bon Iver che non dimentica le proprie radici, il Bathgate di "Dizzy Seas" si immerge allora nel viaggio per lasciarsi trasportare lontano.
Il banjo di "O(h)m" apre le porte a una danza dal sapore agreste, con la memoria del tempo degli esordi, delle pagine di "Throatsleep". Il riff elettrico che scandisce l'incedere deciso di "Beg" rimanda all'Americana di "Salt Year" e "A Cork Tale Wake". Poi, però, ecco "Hide" fluttuare sospesa, dilatarsi a mezz'aria sospinta dalle correnti del rimpianto: "All my wasted days come back to me/ Every hour, broken and dour, returns".
In una traiettoria così personale, non è un caso che l'unico elemento estraneo finisca per suonare anche quello meno calzante, lasciando nell'incertezza la collaborazione con il compagno di etichetta Tunde Olaniran in "Low Hey".

È un bisogno di orizzonte a spingere Bathgate. "A un certo punto ho cominciato a sentirmi sempre più a disagio quando mi trovavo al chiuso", racconta. "Non sopportavo più l'idea di avere un tetto sopra la testa". Ci sono cose che solo il respiro degli spazi aperti può custodire. "All the breathing of the night/ All the shifting of the lights/ All I need now is a sign", implora "Beg".
L'imponenza della natura e della solitudine permea ogni brano: la traccia di un sentiero nella foresta, come nel video che accompagna "Northern Country Trail"; lo scintillio dell'acqua increspata dal vento, come nei versi di "Come To The Sea"; una chitarra dai fili d'argento che tesse i suoi intarsi.
Non basta un ascolto distratto per apprezzare la ricchezza della trama di "Dizzy Seas". Ancora una volta, le stratificazioni dei brani di Bathgate chiedono di andare oltre la superficie, dalle spirali della title track alla chitarra nervosa di "Tintype Crisis", fino al soffuso epilogo di "Nicosia". Chiedono di lasciarsi andare, di guardarsi dentro. Di camminare nella notte con gli occhi pieni di domande: "How strange is the night?/ How strange is my time?/ How strange am I?".

19 settembre 2017

Accadde oggi...

1934: Nasce a Liverpool, UK, Brian Samuel Epstein, scopritore e manager dei Beatles. Morirà il 27 agosto 1967

1941: Nasce a Baltimora, Maryland, USA, Ellen Naomi Cohen, in arte Cass Elliot, cantante, ovvero la Mama Cass dei Mamas and Papas. Morirà il 29 luglio 1974.

1951: Nasce a Hull, in Canada, Daniel Lanois, musicista e produttore.

1966: Nasce a Pordenone Mauro Teardo, in arte Teho Teardo, musicista e compositore di colonne sonore.

1981: Simon & Garfunkel si riuniscono e tengono un concerto gratuito al Central Park di New York, davanti a un pubblico stimato in mezzo milione di spettatori. Ne deriverà lo storico album 'The concert in Central Park'.

Bear's Den - Above The Clouds Of Pompeii

18 settembre 2017

The National – Sleep Well Beast (2017)

di Fabio Rigamonti

Siamo chiari sin da subito: un altro disco sulla falsariga di tutto quanto prodotto dai The National dopo l’immenso capolavoro “Boxer” non l’avremmo tollerato e perdonato né noi ascoltatori, né la band stessa, e questo nonostante l’amore ed il rispetto che la formazione di Cincinnati si è faticosamente conquistata a suon di lavori tutti tremendamente significativi.
Non stupisce, dunque, che la chiave di volta per evolvere quello stile inconfondibile che caratterizza il sound della band, dopo l’innesto dietro le quinte del violoncellista e polistrumentista Padma Newsome dei Clogs, sia l’uso dell’elettronica sulla falsariga di quanto fatto dai Sigur Ròs con il loro “Kveikur”, ma con risultati decisamente diversi.

Innanzitutto, qui non siamo nel caso dell’ispirazione statica da rinverdire con il classico (e, francamente, tremendamente prevedibile) “effetto speciale”, in quanto da dieci anni a questa parte i dischi dei The National, per quanto indistinguibili tra loro, sono tutti caratterizzati da una vibrante e consistente emozione conferita all’ascoltatore. Poi, in linea generale il risultato finale è che non sembra di essere di fronte ad un disco più moderno, anzi: “Sleep Well Beast” è un inciso che richiama, in più di un’occasione, la sabbiosa asciuttezza del blues del compianto Leonard Cohen.
E’ un fattore che si avverte potente nella meta-narrazione della title track o in “Walk It Back”, per non parlare della cavalcata chitarristica di Bryce Dessner su “Turtleneck”, uno dei brani più tirati (e punk nello spirito) mai composti dalla band.
Questo avvicinamento reverenziale a Cohen (avvertibile anche nell’uso dei cori femminili nel singolo “The System Only Dreams In Total Darkness” o “I’ll Destroy You” ed “Empire Line”, con la sua magnifica chiusa morbida e torbida come la più trasognante Julee Cruise), più sotterraneo e sottile rispetto al marcato uso dei synth, arricchisce in modo inedito la formula dei The National, rinfrescandola e rendendola ancora più interessante.

Il settimo inciso in carriera di Berninger & soci, difatti, si dimostra incredibilmente ricco. In tristezza, oscurità, malinconia e nichilismo (tanto quasi da far sembrare “High Violet” o “Trouble Will Find Me” dei dischi da pic-nic in una giornata di sole, e ce ne vuole), o in humor e in liriche dense e appiccicose (“Dark Side Of The Gym” è quel colpo di genio che il 95% delle band là fuori sogna di avere in carriera).
Persino quando la classica ballata alla The National pianoforte e sabbiato di batteria viene riproposta in “Carin At The Liquor Store”, il senso è quello di un confortevole ritorno a casa, piuttosto della noia derivata dall’ascolto di un brano prevedibile.

Tutto porta dunque ad un’unica, naturale conclusione: i The National partoriscono non solo uno dei dischi più belli di questo criminalmente intenso 2017 musicale, ma anche l’opera che li consacrerà definitivamente tra i grandi maestri della musica rock. E questo non per un clamoroso consenso generabile dalle canzoni del disco tale da coinvolgere e sconvolgere le masse, quanto piuttosto per una consistenza artistica rara e granitica che li porta, semplicemente, a non essere più ignorabili.

Da parte di nessuno.

17 settembre 2017

Doors, guida per principianti

Nella storia della musica degli anni sessanta e settanta è difficile trovare un artista che più di Jim Morrison abbia saputo incarnare (e lasciarsi distruggere) la forza del rock. In appena sei anni di attività musicale, James Douglas Morrison ha spiegato al mondo cosa vuol dire essere una rockstar.

Il suo spirito, dopo la morte precoce a soli 27 anni, ha continuato ad attirare l’attenzione di fan in tutto il mondo, tanto che oggi: i suoi video su YouTube vengono visualizzati da milioni di utenti; dopo la sua morte sono stati pubblicati più di 20 album, tra raccolte, live e inediti; e gli appassionati di musica ogni anno raggiungono la sua tomba nel cimitero parigino di Père Lachaise, “il cimitero degli artisti“, per rendergli omaggio.

Oggi in particolare è un’occasione importante per ricordare Jim e i Doors visto che, esattamente cinquant’anni fa, usciva il loro primo album, omonimo: il 4 gennaio 1967. Per l’occasione questo giorno diventerà il “Day of the Doors” e vicino a Venice Beach, a Los Angeles, si sono dati appuntamento il chitarrista Robby Krieger, il batterista John Densmore e i familiari dei due altri componenti scomparsi, Morrison e Manzarek, per festeggiare il compleanno della band.



Una delle chiavi per capire la “filosofia” del gruppo si trova nella scelta del nome. I componenti, prima che in saletta, si erano conosciuti a una lezione di meditazione trascendentale e quando decisero di mettere in piedi una band fu Jim a decidere il nome, rifacendosi al titolo di un saggio di Aldous Huxley, “Le porte della percezione” (The Doors of Perception). All’interno del libro è contenuta anche una citazione del sommo poeta londinese William Blake che recita: “Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita“.



La preparazione culturale della band spaziava dalla letteratura antica a quella simbolista, da Nietzsche all’antropologia. Allo stesso modo, le contaminazioni musicali erano molte: Bach, il jazz, e poi il flamenco, la musica indiana. Il grande talento di Morrison si è espresso anche nel gestire questi musicisti così diversi e nel trovare un perfetto equilibrio. Sintesi magnifica che si può ascoltare nel loro primo album, un capolavoro: l’omonimo The Doors.



L’album raggiunse il secondo posto in classifica e si aggiudicò un disco d’oro. Un successo incredibile per una band esordiente. A rendere eccezionale l’album, oltre alla musica, sono anche i testi di Morrison. Nessuno prima di lui aveva portato componimenti del genere su un palco rock.



A rendere unici i Doors furono anche i live incendiari. Jim sul palco si trasformava in uno sciamano che metteva in scena riti tribali, erotici ed esoterici. Il pubblico era estasiato, sentendosi fisicamente parte di un’unica famiglia. Quella del rock, nella sua forma più primitiva.



I Doors, nell’ottobre dello stesso anno, pubblicarono un secondo album, Strange Days. La band mantenne le promesse del primo e sfornò un disco colmo di canzoni straordinarie che saranno ascoltate fino allo sfinimento dalle generazioni successive.



Nel seguente album, Waiting for the Sun, mancano i singoli di successo, perfetti dal punto di vista commerciale, che avevano contraddistinto la prima opera, come ad esempio, “Light my fire“. Qui si sperimenta di più.



Si possono ascoltare pezzi originali, e inediti per la band, che raccontano il loro ricco sostrato musicale. Come la passione per il flamenco del chitarrista del gruppo.



Anche gli album che seguirono mancarono di omogeneità regalando comunque pezzi che diventeranno classici del rock. Nel 1969 in The Soft Parade spicca, ad esempio, la bellissima “Touch me”. Da segnalare anche l’aggiunta di un’orchestra e di strumenti a fiato.



L’album non raggiunse il successo sperato e così i Doors fecero un passo indietro tornando al suono più grezzo e acido. All’interno del notevole Morrison Hotel si trova uno dei loro pezzi più belli.



Ed è proprio alle radici del rock, la musica blues, che i Doors termineranno il loro viaggio nel 1971 con l’album L.A. Woman. Resta oggi il loro testamento spirituale, visto che alcuni mesi dopo Morrison morì in circostanze misteriose a Parigi. Curioso resta ancora oggi il fatto che prima di morire Morrison avesse rilasciato un’intervista in cui sembrava spiegare chi erano stati i Doors. Parlando al passato, ma con uno sguardo rivolto al futuro. “Per me non si è mai trattato di un’esibizione. Era una questione di vita e di morte, un tentativo di comunicare, di coinvolgere molte persone nel privato mondo del pensiero“.




16 settembre 2017

Hothouse Flowers

Formazione irlandese della nuova ondata folk rock d'oltremanica della seconda metà degli anni '80, gli Hothouse Flowers si formano a Dublino nel 1984. Liam O'Maonlai e Fiachna O'Braonàin, compagni di scuola, frequentano assieme corsi di gaelico, l'antica lingua locale, e imparano a usare vecchi strumenti musicali tradizionali.

15 settembre 2017

Nadine Shah - Holiday Destination (2017)

di Beatrice Pagni

Che la crisi dei rifugiati stia cambiando il volto delle relazioni politico-economiche di tutto il mondo è ormai indubbio, ma che possa scuotere il panorama artistico è meno scontato. Il 2016 ha costituito una sorta di turnover geo-politico sconvolgente, inaspettato e di conseguenza destabilizzante. Se esiste una cerchia di registi, scrittori, musicisti che si interessano al fenomeno cercando di darne una propria interpretazione con installazioni, saggi o performance, questa è comunque una minoranza, vitale, brillante, curiosa. Ne fa sicuramente parte Nadine Shah, cantautrice trentunenne del South Tyneside, già promotrice di temi importanti – nel 2015 aveva cantato la salute mentale nell’ottimo Fast Food – che fa della propria musica una cassa di risonanza per illuminare problematiche inerenti all’uguaglianza di genere e alla tolleranza per le minoranze etniche e religiose. E sono state proprio le difficoltà dei profughi siriani a ispirare Holiday Destination, terzo lavoro dell’artista, che si impone come un disco urgente, audace, arrabbiato, glorioso e ricco di profonda empatia.
A coloro che trovano il suo impegno sociale ingiustificato, la Shah semplicemente ribatte: «Io sono un’artista e non sono molto abile nella politica, ma sono un membro di questa società e sicuramente mi è consentito commentare il mondo in cui viviamo». Nel nuovo disco, la trentunenne affronta l’intolleranza e la paura del diverso, riferendosi alla crisi globale dei rifugiati, alle conseguenze della Brexit, alla denigrazione della classe operaia e al bisogno di una lotta personale contro il conformismo sociale. Holiday Destination è una caustica valutazione degli atteggiamenti domestico-passivi rispetto alle crisi umanitarie straniere, uno sguardo sfrenato sulle atrocità che sconvolgono le nostre comodità attraverso lo schermo di un televisore. Audace, intelligente, senza compromessi, Holiday Destination non si limita ad affrontare esplicitamente la crisi dei profughi siriani, gli atteggiamenti verso gli immigrati, i “fascisti nella Casa Bianca”, o a raccontare la nuova ascesa dei nazionalismi assieme a un effettivo declino dell’empatia umana, ma si inerpica anche laddove l’umanità perde coscienza di se stessa, e, categorizzando i suoi simili, si svuota del senso più profondo di comunità.
Con un padre trasferitosi nel Regno Unito dal Pakistan e una madre norvegese, Nadine Shah ha un’esperienza diretta dei pregiudizi, in quanto immigrata di seconda generazione; la sua energia, misurata e orgogliosa del proprio patrimonio culturale, è la chiave di volta del disco, un grido battagliero in nome dell’empatia e della tolleranza, del rispetto e dell’amore. «Non ho fatto questo album da voyeur opportunista. Sto documentando i tempi in cui viviamo. Il razzismo non può aver posto in questo mondo», ha scritto l’artista sulla sua pagina Facebook, rispondendo evidentemente a chi l’accusava di fotografare una situazione come uno sciacallo qualsiasi.
Fresca dall’aver scritto le musiche per una produzione teatrale, la songwriter inglese si è lasciata andare a una frenetica audacia, che coinvolge e ammalia con dieci brani potenti; ritmi insoliti e una miriade di influenze rendono Nadine Shah un’artista difficile da etichettare: dagli studi jazz all’esotismo funk ed elettronico, passando per atmosfere oscure à la Bauhaus, la sua dark-wave furiosa si installa su un caos perfetto e psichedelico, diretto dalla voce, amaramente acida e piena, che si scioglie in una nuvola di fumo e teatralità. A livello di testi, Holiday Destination è un piccolo album di protesta aggressivo, costellato da profughi, eroine, musicisti morti, retorica xenofoba e preoccupazioni che si fanno universali. Si inizia con Place Like This, un brano dal groove funky, con le chitarre in dissonanza che sposano il cantato della Shah quasi incorporeo, come in una specie di trance mistica, mentre in 2016 la Nostra affronta le conseguenze che arrivano con i trent’anni, il mutato rapporto che ha con il mondo; la composizione è abbastanza spoglia, sottolineata da un farfugliante pezzo di elettronica e punteggiata dal forte strimpellio di chitarre taglienti. Out the Way, caratterizzata da percussioni militaresche e corni asettici in contrasto con la vibrante vocalità della Shah, enfatizza la presa di posizione dell’artista stessa – «Where would you have me go? / I’m second generation, don’t you know?» – per poi convergere nello shoegaze abrasivo di Yes Men, dal riff di chitarra molto nineties, con lo splendido e frastagliato sax di Pete Wareham. Il pezzo è un oltraggio al vetriolo verso chi alimenta la divisione tra gli immigrati e la classe operaia bianca, mentre si vede nascere una compassione comune per quegli stessi immigrati e per le classi lavoratrici. Il post-punk tagliente della title-track, col suo ritornello «How you gonna sleep tonight?», è una risposta a quei turisti che non provavano vergogna nell’ammettere di essersi visti rovinare le vacanze dall’arrivo di alcuni rifugiati sulle rive dell’isola di Kos, in Grecia. Attraverso il brano (e l’album tutto) Nadine Shah mette in discussione la retorica alimentata dall’odio che sta attraversando il globo, e grazie a una ricchissima e intelligente gamma musicale, esibisce il suo acume lirico. Evil, traccia rigida e spoglia, che si ispira a una poesia di Philip Larkin, nel rivolgersi a coloro che giudicano, ha una meravigliosa disposizione sperimentale che utilizza dinamiche post-rock di casa Mogwai. Il brano è la prova della capacità di Shah di tradurre il proprio turbamento interiore in un suono che indugia nell’indie-rock. L’elettronica ronzante di Ordinary si spinge nei meandri di un vocoder, per una corsa diretta nei suoni quasi lynchiani di Relief con i suoi fiati chirurgici. Chiude il disco Jolly Sailor, ballata elettronica austera post Brexit che, come un lungo e meditabondo esame di identità e rimozione, mostra una scrittrice coraggiosa che affronta un mondo fottuto con scaltrezza viscerale.
Pur occupandosi di molte questioni macro politiche, in Holiday Destination la Shah mantiene una prospettiva individuale, evitando di manipolare idee enormi attraverso il potere di una voce personale. Che la canzone politica debba privarsi di un qualsivoglia impianto musicale attraente per segnare un’epoca o anche solo un’opinione, sembra per fortuna un’idea ormai superata: i brani di Holiday Destination vestono i testi prettamente politici e attuali di un’estetica brillante, di ritmi talvolta ballabili, non lasciando dunque in ombra il piano prettamente musicale. Lo fece Stevie Wonder negli anni settanta, lo hanno fatto più recentemente Pj Harvey (con la splendida fotografia dolente di The Hope Six Demolition Project) e Father John Misty (con l’esegesi post trumpiana di Pure Comedy). Nella sua politica in musica Nadine Shah non ha voluto predicare, limitandosi a raccontare storie in maniera credibile e appoggiandosi a sonorità energiche, vibranti, calde. Holiday Destination cattura quell’atmosfera di energia e vitalità delle proteste in piazza, delle marce per qualcosa e mai contro qualcuno; si respira una sorta di gioia collettiva data dal dissenso, nonostante la solennità della situazione, come accade con l’uso del campione audio alla fine di Place Like This. Se l’argomento trattato è pesante, politicamente e socialmente, non deve esserlo anche la musica, che anzi qui si fa vigorosa, piena di speranza: dalle gommosità à la Talking Heads ai fiati in odor di Fela Kuti, Holiday Destination è tutt’altro che un ascolto difficile. E ci appare subito evidente il gran lavoro che la Shah e il collaboratore di lunga data nonché produttore Ben Hillier hanno svolto su arrangiamenti e ritmiche.
Profuma di nuove albe, questo Holiday Destination, lavoro potente e onesto, che si impone come uno degli album più importanti del 2017 ricalcando esattamente la volontà documentaristica di Nadine Shah, nella doverosa condizione di ridare significato a parole, azioni, posizioni e visioni. Sempre in marcia, in mezzo alla gente, ricordandoci proprio quel qualcosa che nell’arco di una vita rischiamo di essere tutti: rifugiati.