18 ottobre 2017

Lucinda Williams – This Sweet Old World (2017)

di Fabio Cerbone

Chiedersi le ragioni di una rivisitazione discografica è legittimo, e ci sia concesso anche un principio di sospetto. Poi sarà la musia, come sempre, a scacciare ogni dubbio. Stiamo parlando dell'idea di Lucinda Williams e del suo compagno e produttore Tom Overby di incidere una seconda volta l'album Sweet Old World del 1992, oggi ribatezzato This Sweet Old World. Operazione non priva di implicazioni quella di una artista che ritorna su suoi passi, pensando addirittura di reinterpretare un intero album: o qualcosa non ha funzionato ai tempi, ed è rimasto una sorta di conto in sospeso, oppure si è di fronte ad una tale mancanza di ispirazione da dover ricorrere alla retromania più assoluta. Sperando che non sia l'annuncio di una pericolosa moda per gli anni a venire e per la sopravvivenza del rock'n'roll, la prima delle due tesi sembra quella più adatta a Lucinda Williams.

Sweet Old World è il disco-testimonianza di un passaggio tormentato, da una parte schiacciato dal primo capolavoro omonimo del 1988, dall'altra dalla rivelazione di Car Wheels on a Gravel Road, il masterpiece riconosciuto all'unanimità della cantautrice della Louisiana. Già questo basterebbe a renderlo un album da rivalutare, anche perché foriero di alcuni piccoli classici del suo catalogo. La complicata convivenza della Williams con questo lavoro nasce inoltre dal suo "fallimento": al tempo non venne notato se non dalla critica, senza neppure affacciarsi in classifica, generò da incisioni in parte insoddisfacenti con musicisti come Dusty Wakeman e Gurf Morlix, finì soprattutto stritolato dai soliti cambi societari fra etichette, senza promozione alcuna. Venticinque anni dopo This Sweet Old World omaggia quelle canzoni ma al tempo stesso cerca di offrirne una diversa visione, come altrimenti non potrebbe essere per una voce nel frattempo maturata, più scura, senza la baldanza degli esordi.

Una scaletta ripensata ad hoc, nuovi arrangiamenti con la touring band della Williams, che vede al centro le chitarre di Stuart Mathis e Greg Leisz (anche pedal steel) e il cambio di passo è garantito: Six Blocks Away è ancora l'apripista, ma riecheggia un folk rock più elettrico, mentre Prove My Love lascia le chitarre libere di scorazzare e He Never Got Enough Love trova un altro titolo e un testo riscritto, che diventa Drivin' Down a Dead End Street. Il sound è quello swamp, grasso e sudista, delle più recenti produzioni, in particolare di Down Where The Spirit Meets the Bone, un gogoglio che oscilla fra ballate country crepuscolari e sonnecchiose come Memphis Pearl, la stessa Sweet Old World e Little Angel Little Brother, e pencolanti blues rock da terra sudista come Pineola, Lines Aroud Your Eyes e Hot Blood, con il mugugno delle voce a spandere storie di amore straziato e perdita, vaganbondaggi e noir da profonda provincia americana. Il materiale di partenza non è stravolto, ma a tratti rallentato, se possibile ancora più indolente, altre invece rinvigorito dall'approccio live della band, fangosa come si conviene alle origini della Williams stessa.

Non è una scoperta improvvisa e il disco di riferimento merita ancora di essere ascoltato nella sua purezza giovanile, certo è che This Sweet Old World suona per forza di cose più vicino alla carica sensuale ed elettrica mostrata da Lucinda Williams in questi anni. Le quattro tracce aggiunte, da una parte il traditional Factory Blues e la What You Don't Know a firma Jim Lauderdale, entrambe insozzate di fanghiglia blues, e dall'altra il docile dondolare country di Wild and Blue e Dark Side of Life, aggiungono curiosità e passione al progetto. Che serva alla Williams a riscoiprire se stessa, il suo passato, per lanciarsi in un nuovo entusiasmante futuro.

17 ottobre 2017

Giorgio Gaslini su Duke Ellington

Roma, studi Rai, 1974: la trasmissione “Adesso Musica” dedica un’ intera puntata al grande direttore d’orchestra, arrangiatore e pianista Duke Ellington, scomparso poco meno di un mese prima. Il pianista e jazzista italiano Giorgio Gaslini ne ricorda la grande personalità espressiva come pianista a prescindere dalle sue doti tecniche di strumentista, di certo non impostate accademicamente.

Video al video della teca rai


16 ottobre 2017

Accadde oggi...

1938: Nasce Christa Paffgen, in arte Nico, attrice, cantante con i Velvet Underground poi solista. Morirà il 18 luglio 1988.

1947: Nasce a San Francisco, California, USA, Bob Weir, voce e chitarra dei Grateful Dead.

1960: Nasce a Malone, New York, USA, Bob Mould, cantante e chitarrista degli Husker Du e dei Sugar.

1977: Nasce a Bridgeport, Connecticut, USA, John Mayer, cantautore e chitarrista.

David Crosby – Sky Trails (2017)

di Maurizio Pupi Bracali

Sono passati quarantasette anni dall’inarrivabile capolavoro “If I Could Remember My Name” del 1971, album tra i più belli della storia del rock nella sua miracolosa sinergia tra le migliori menti della west coast californiana coordinate e dirette da un immenso David Crosby. Oggi non è più tempo di miracoli, ma di ottimi dischi sicuramente sì. Dopo l’eccellenza citata, Crosby, oltre a vicissitudini personali che l’hanno duramente provato, non è stato più all’altezza di avvicinarsi neppure lontanamente a quell’opera epocale, ed è solo da poco tempo a questa parte e dall’ultimo terzetto di album che le cose sembrano cambiare in positivo per l’ormai settantacinquenne musicista che ancora una volta dà una sterzata alla sua produzione con questo nuovo album in pochi anni. La svolta è quella di abbandonare parzialmente la costa californiana (musicalmente parlando) per muoversi in territori dalle atmosfere più jazzy piuttosto che folk o country come in passato.

She’s Got To Be Somewhere che apre l’album è sintomatica di questa deviazione, nelle sembianze di un ottimo brano che sembra uscito dalla penna di Donald Fagen. Questi suoni levigati e raffinati li ritroviamo in Sell Me A Diamond, nonostante una steel guitar miagolosa come Santa West Coast comanda, in Here It’s Almost Sunset dominata dal sax soprano di Steve Tavaglione, nei sette minuti di Capitol (un pò Sting-oriented) e soprattutto nella meravigliosa ballad da crooner anni ’40 Before Tomorrow Falls On Love per sola (splendida) voce, pianoforte e un evanescente basso elettrico.
Un accenno, peraltro magnifico, di west coast lo ritroviamo però nella title track cantata a due voci con la Mitchelliana (nel senso di Joni) Becca Stevens, anche coautrice del brano, mentre la vera Joni Mitchell si disvela nella stupenda cover di Amelia (dall’album “Hejira” del 1976) anche questa solo per (quasi) voce e piano. C’è spazio ancora per la flamencata (ma non troppo, per fortuna) Curved Air, l’intimistica, bellissima e raffinatacrtoz Somebody Home e la conclusiva, rarefatta e splendida, Home Free che chiude un album elegante, sofisticato e di altissimo livello come il cantautore californiano non faceva dai tempi del capolavoro del ’71, che pur rimanendo ovviamente irraggiungibile, viene tallonato degnamente da questa riuscitissima nuova opera, che possiamo annoverare almeno al secondo posto nella ristretta discografia di David Crosby.

15 ottobre 2017

The Cure: Guida per principianti

Fra i gruppi rock che hanno segnato la storia degli anni Ottanta, e di tutta quella corrente new wave che ha condizionato in modo incisivo lo sviluppo della musica contemporanea, ci sono sicuramente i Cure: la band post punk inglese che, insieme ai Joy Division, ha segnato un’epoca.

Quando si parla dei Cure, si potrebbe far riferimento direttamente a Robert Smith, il leader indiscusso della band, e unico membro che ha sempre fatto parte del gruppo in oltre 40 anni di attività.

Fu proprio dalle ceneri del primo gruppo giovanile di Smith, gli Obelisk, che nel 1976 nacquero i Cure: che si proposero fin da subito per un concorso indetto dalla Hansa Records, e vinsero il contratto di produzione in palio. La prima pubblicazione fu il singolo Killing an Arab, che testimoniò fin da subito il minimalismo strutturale—che si contrapponeva alla psichedelia dei primi esprimenti—che negli anni rese famosa la band.



L’album d’esordio, invece, fu pubblicato nel 1979: Three Imaginary Boys. Un lavoro in cui si sentono distintamente le prime influenze che segnarono la band, il punk e la musica di David Bowie. La canzone più rappresentativa dell’album è sicuramente la title-track. Ma in un’edizione riveduta fu inserito anche il secondo singolo pubblicato, Boys Don’t Cry, che divenne uno dei più famosi e fortunati.



A questo punto la band visse una serie di avvicendamenti di componenti, e fasi alterne di ispirazione artistica: entrò cioè nella “fase dark”, che porterà al secondo album, Seventeen Seconds. E ai tre successivi: Faith, Pornography, The Top e The Head on the Door.

Questi lavori segnarono un periodo particolare degli anni Ottanta: dopo la morte di Ian Curtis, leader dei Joy Divison, i Cure diventarono i maggiori esponenti della new wave e si prepararono a lanciare l’album che li farà conoscere in tutto il mondo, Kiss Me Kiss Me Kiss Me, pubblicato nel 1987. Un lavoro che è stato definito “il White Album del post punk“



Il lancio dell’album segnò anche l’inizio di un tour mondiale enorme, e il conseguente aumento di componenti: la formazione salì fino a sei elementi. Lo stress dovuto al grande successo, ai continui viaggi, e alla pressione per il futuro creò una serie di problemi interni. L’album successivo, Disintegration, tradì così le aspettative.

A questo, poi, si aggiunse il generale decadimento della new wave nei primi anni Novanta, che fece pian piano dimenticare il genere. Nei successivi 20 anni la band realizzò altri cinque album, cambiando continuamente componenti, ma il successo era stato troppo legato alla corrente new wave e questi lavori non ottennero mai l’attenzione della critica e del grande pubblico come era stato precedentemente.

Ma il più era stato fatto: l’apporto che dettero al rock degli anni Ottanta aveva contribuito a rendere i Cure uno dei gruppi più importanti degli ultimi 40 anni.

13 ottobre 2017

Radiohead - Ok Computer (1997)

Il disco che farebbero gli extraterrestri di ritorno sul loro pianeta dopo aver soggiornato sulla terra e averne raccolto i frutti musicali più prelibati. Molto di più di una dozzina di canzoni, piuttosto un’esperienza sensoriale, un tuffo in un’altra galassia. Con Ok Computer i Radiohead si spingono oltre la linearità di The Bends, album splendido che però rischiava (ingiustamente) di farli rientrare nel grande calderone del brit pop imperante negli anni 90 e trovano un irripetibile equilibrio tra Pink Floyd e Beatles, elettronica e rock, progressive e partiture jazzate. Tutto ciò senza derogare nemmeno per un istante al nitore delle composizioni, alla pura bellezza delle canzoni, senza che una sola nota suoni ostica o fine a se stessa. Al centro è sempre la poetica esistenzialista della band di Oxford, sempre protesa a trasformare in musica e parole l’alienazione e le derive nefaste della postmodernità. Il canto di Thom Yorke, l’anti-frontman per eccellenza, ne è il vettore perfetto, facendosi a seconda dei casi disperato, allucinato, dolce, rabbioso, ammonitore. Ed è una pioggia di capolavori che squarciano l’oscurità: i due tempi della epocale Paranoid Android, il piano di Karma Police (che in fondo è lo specchio deformato di quello di Let it be), la tempesta rabbiosa di Electioneering, l’entropia di Airbag e il nuovo ordine di The tourist, la apparente pacificazione di No surprises, la delicata nostalgia di Subterranean Homesick alien e l’inarrestabile crescendo di una canzone bigger than life come Exit music (for a film). L’ultimo vero grande disco del 900.  (Mia valutazione:  Capolavoro)

(Gianuario Rivelli)

12 ottobre 2017

Humble Pie

Uno dei primi gruppi di hard rock inglese dei '70, gli Humble Pie si formano nell'aprile 1969 con Steve Marriott (1947 - 1991), già affermato chitarrista degli Small Faces e Peter Frampton (1950) leader degli Herd, assieme a Greg Ridley e Jerry Shirley. L'eccellente esordio di Natural Born Boogie non viene però suffragato dai primi due album.

Discografia e Wikipedia

11 ottobre 2017

Kelela – Take Me Apart (2017)

di Damiano Pandolfini

Schietta e diretta Kelela lo è sempre stata, i voli pindarici non sono proprio il suo forte. Ma la calma che permea il lancio dell'"S.O.S." qui sopra è possibile solo per chi, come lei, ha scandagliato a fondo il bagaglio delle proprie esperienze personali - e non senza aver versato lacrime e assaggiato l'amarezza della perdita, dell'umiliazione e dell'abbandono. Quante delusioni deve aver vissuto sulla propria pelle, quanti imbecilli l'hanno fatta sentire piccola, quanti compagni insensibili hanno strisciato nel suo letto, per poter arrivare adesso alla piena consapevolezza di richiedere l'amore di un uomo con tal crudo trasporto emotivo e rispetto per sé stessa? In questo Kelela ti disarma e poi ti stende con un bacio; in lei troviamo una dimensione di femminilità che va ben oltre la pornografia voyeurista nella quale vengono inserite tante donne-oggetto del mondo dell'r&b. Kelela si confessa senza remore, sfoderando una qualità spesso sottovalutata a questo mondo: la tenerezza.

Il suo nome potrà suonare ancora nuovo ai più, ma tra gli addetti ai lavori e i seguaci di certo r&b vige una certa isteria nei suoi confronti, fomentata appunto dal modo in cui lei sembra riuscire a incarnare il lato più tenero e intimo della sensualità sopra descritta - qualità che latitano da anni nel panorama, forse sin dal "The Velvet Rope" o dalla scomparsa di Aaliyah. Dal canto suo, Kelela non ha svenduto un briciolo del calorosissimo hype che la circonda, spesso mantenendo lunghi e snervanti silenzi. Danny Brown, Solange e i Gorillaz l'hanno voluta come ospite, gli XX se la sono portata in tour, e questo per tacere del mondo della moda e della fotografia, che non è certo rimasto indifferente di fronte al suo sinuoso corpo d'ebano, occhi giganti e dreadlock casualmente gettati da un lato. Ma Kelela non è solo l'alt-fashion girl del momento, buona a riempire le copertine di stilose riviste underground. Kelela è una donna di 34 anni, caparbia nei suoi silenzi e con una ferrea visione artistica, una tipa che, nonostante il polverone alzato quasi un lustro fa dalla nebulosa passivo/aggressiva di "Cut 4 Me", ha richiesto alla sua attuale etichetta - una certa Warp - oltre due anni di tempo prima di andare sotto pubblicazione. L'onestà della sua scrittura, la certosina cura della composizione e le sofisticate e stratificate sonorità elettroniche che ha scelto per farsi accompagnare a questo giro sono frutto di un lavoro lungo e tortuoso, ma che la rispecchia in pieno.

Già il titolo di questo suo debutto ufficiale non fa prigionieri; "Take Me Apart" smembra ed espone senza filtri tutta la gamma dei suoi sentimenti, investigando nel profondo di un'anima allo stesso tempo delicata come carta cinese e resistente come acciaio. Tra le sue ispirazioni compaiono Erykah Badu e una certa Janet Jackson ovviamente, ma anche Amel Larrieux, altra formidabile cantautrice soul/jazz già attiva negli anni 90 dell'era neo-soul come metà del duo Groove Theory.
Viscerale ma con eleganza dunque, su un pezzo come "Better" Kelela mostra subito le ossa, i nervi e le vene; una splendida ballata sostenuta da soffici battiti di synth e una melodia di cristallo incrinata dalla voce dolente. Poi, nel ponte, il ritmo si agita su battiti industriali, ma il climax dell'intero pezzo viene raggiunto con un brevissimo momento dove tutto si acquieta e rimangono solo il pianoforte e la voce che salta d'armonia con un pulitissimo falsetto - espediente di una semplicità disarmante, ma che manda brividi lungo la schiena per il modo in cui trasfigura il tutto senza stravolgere il sentimento originale del brano.

Un polverìo di archi neoclassici accompagna il momento forse più melodrammatico del lotto, "Turn To Dust", pezzo che sembra prendere a lezione i più recenti espedienti di Bjork: la tensione emotiva viene creata lasciando galleggiare la voce in solitudine su qualche sparuto beat e la corda pizzicata di un violoncello, e l'effetto è lacrimevole. La controparte emotiva a tale tensione viene invece offerta dalla conclusiva "Altadena", una tersa ballata pianistica reminescente dei lavori di Imogen Heap ai tempi dei Frou Frou.
Ma non ci sono dubbi, il primo momento topico del disco lo si trova con la title track messa al terzo posto della scaletta; il pezzo parte lento, Kelela decanta con voce sconsolata su una fremente base elettronica, ma nel momento in cui parte il ritornello i synth esplodono e rimbombano nella vastità di una chiesa vuota, affastellandosi l'uno sull'altro mentre ti scavano nell'anima. Anche qui, l'intermezzo a sorpresa gioca una carta inusitata che spiazza tutti: una breve sequenza di accordi disco-funk e voci doppie che richiamano i Jackson 5, ricreata però con un'accuratezza tutta post-moderna.

Dall'altro lato dello spettro emotivo del disco troviamo invece una Kelela spiritosa, emancipata e alquanto sicura delle proprie possibilità. Sul video del singolo di lancio "LMK", pezzo guidato da un cavernoso refrain, la vediamo sorridente e slanciata mentre gioca con le maschere di varie personalità (da brava Gemelli con la testa per aria qual è); stasera la ragazza ha voglia di flirtare e divertirsi, vuole scopare e vuole anche sentirsi desiderata e soprattutto rispettata, ma non è qui per farsi mettere la fede al dito come l'oca di turno: ripete con divertita nonchalance, conscia anche del fatto che le sue amiche la stanno aspettando in macchina, nel caso lui non se la senta di portarsela a casa. E questo per tacere del simpatico gioco erotico di "Truth Or Dare", un pezzo con effervescenti saltelli urban-pop che riaggiorna ai tempi nostri l'attitudine scanzonata di gruppi storici come le TLC e le En Vogue. Stesso discorso anche per "Waitin'", morbidezza anni 90 e tastiere quasi baleariche a condire una delle interpretazioni più svagatamente ovattate dell'intero lavoro. "Blue Light", invece, tende a farsi distorcere da un drop in aria dubstep, il vocoder screzia e maschera la voce proprio nel momento in cui Kelela sta per arrivare al sodo, come se volesse far scendere un velo di privacy di fronte alle orecchie dell'ascoltatore, che in questo caso rimane con le labbra a penzoloni.

Una menzione a parte va però fatta per quel disperato gioiello pop che è "Onanon", canzoncina dal ritmo andante come una giostra avvolta dalle foglie autunnali, che a momenti richiama la sua vecchia "Rewind" ma si presenta pregna di una nuova, ferrea umbratilità: decanta Kelela con fare a cavallo tra il rassegnato e lo speranzoso, mentre la doppia voce impiegata per dar risalto alle parole spinning around ci trasporta nella pista di una discoteca vuota e a luci spente, lontana dai lustrini che furono di Kylie. Semplicemente geniale poi il modo in cui l'on and on del titolo richiama l'andi-rivieni delle dinamiche di assestamento di una relazione avanzata, ma allo stesso tempo sembra anche alludere all'onanismo di certe situazioni che con un po' di maturità in più sarebbero evitabili: pugnette sentimentali, insomma.

Un consiglio? Non mettevi alcuna fretta. Kelela ha impiegato oltre due anni per trovare le giuste parole e cucirvi sopra una veste che sia in grado di rivelarne tutte le sfumature. Per chi l'ha seguita nel corso degli anni, la progressione di ricerca sonora è lampante: dai tempi degli spigoli elettronici di "Cut 4 Me" come prototipo del linguaggio della Fade To Mind, fino agli striduli queer beats in Hd di Arca su "Hallucinogen", Kelela ha ascoltato, raccolto e fatto tesoro di tutto e tutti, ma ha continuato a navigare verso una dimensione che è solo e soltanto sua. Prova ne è il fatto che su "Take Me Apart" i collaboratori son quasi tutti gli stessi del suo passato, incluso quel Jam City col quale aveva già messo a punto una finissima fattura come "Cherry Coffee", eppure il suono di Kelela oggi non potrebbe essere più distante da allora - confrontate il vecchio pezzo qui sopra col notturno pulviscolo di luci all'orizzonte della nuova "Frontline", sempre co-prodotta con Jam City.
Su carta siamo di fronte a cinquanta minuti abbondanti di soli voce e tastiere, che necessitano sicuramente di più ascolti, di tanta attenzione e di una certa predisposizione all'introspezione dell'anima, magari condita pure da un tenero bisogno di sesso fatto con un'anima a noi complementare, il che può essere una richiesta troppo ambiziosa per un disco. Ma una volta capito il trucco, una volta svelato il gioco di sottrazione qui attuato con grazia sibillina, ci troviamo tra le mani una vivida collezione di canzoni morbide, sensuali, tristi, emotive ed eleganti. A qualcuno farà strano pensare a una cantautrice di stampo r&b come Kelela sotto allo storico marchio della Warp, e invece l'unione tra i due al momento è quanto di più futuribile possa esserci nel 2017. Raramente voce e tastiera da soli sono in grado di innalzarsi all'unisono con tale enfasi: questa è elettronica del cuore.

10 ottobre 2017

Dieci belle canzoni di Tom Petty

Il cantautore americano Tom Petty, morto pochi giorni fa a 66 anni, aveva iniziato la sua carriera 40 anni fa, diventando molto amato e popolare negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta, e aveva avuto diversi successi anche nel resto del mondo soprattutto negli anni Ottanta. Nel suo libro Playlist, la musica è cambiata, Luca Sofri – peraltro direttore del Post – aveva scelto alcune sue canzoni.

Link al post originale con le Dieci canzoni