10 dicembre 2017

I vecchi Cowboy Junkies #6/9

Beneath the gate
(Open, 2001)

A un certo punto, la monotonia diventa monotona. I Cowboy Junkies smisero di essere i pupilli della critica e i campioni dei loro fans. Proseguirono a fare canzoni e dischi alla loro maniera, con belle musiche e con la voce di Margo Timmins, ma era tutto già visto e sentito. Ignorarono il mondo, e il mondo li ignorò. A cercar bene, in quei dischi che continuarono a fare, si trovano però ancora delle cose.

9 dicembre 2017

Alcune canzoni del 1977 #12/16

“Hotel California”, Eagles

Il disco uscì a dicembre del 1976, il singolo – il secondo – nel 1977: e arrivò al numero uno negli Stati Uniti. «Un reggae-rock spagnolo» lo definì Glenn Frey: «Volevamo fare qualcosa che somigliasse a quello che facevano gli Steely Dan e inventarci qualcosa di cinematografico, con testi più originali». La chitarra è tutto merito di Joe Walsh. Metafora di qualsiasi cosa: il successo, la droga, la follia. Somiglia assai a una precedente canzone dei Jethro Tull, “We used to know”. L’hotel sulla copertina del disco è il Beverly Hills Hotel, e non altri.

8 dicembre 2017

Beck - Odelay (1996)

Beck si chiama David Campbell, è figlio di un musicista e un'artista. Suo nonno materno, con cui vive per un certo periodo in epoca adolescenziale, è un'artista del gruppo Fluxus, suo nonno paterno un pastore presbiteriano. Sua nonna è ebrea, lui è cresciuto in una famiglia che aderisce al culto di Scientology, che abbraccia lui stesso (come sua moglie, Marissa Ribisi, sorella dell'attore Giovanni). Un bel mix di religioni, talenti e punti di vista si agita dentro la vita di Beck, menestrello elettronico a cui il rock'n'roll del XXI secolo guarda con crescente attenzione e indefettibile speranza. Il tutto comincia nel 1994, quando il disc jockey di una radio universitaria lancia in California — e da li, nel mondo — le note sintetiche (però con steel guitar) di Loser. E un ritornello Sono un perdente, baby, perché non mi ammazzi ?») che diventa il sarcastico inno di una generazione. Beck è del 1970, di lui dicono che ama Bob Dylan e i Beastie Boys: l'affermazione è un po' generica, ma chiarisce come quelli che hanno trent'anni intorno al 2000, i primi veri araldi della generazione digitale, possano mixare dentro di sé musiche e stili senza troppi scrupoli filologici, o cronologici. In realtà Beck arriva a Odelay piuttosto irritato per il successo di Loser, che sente come una gabbia. Forse dorata, ma per lui senza dubbio opprimente: difficile uscire dal ruolo di portavoce di una generazione, pid d'uno, in passato, ne è rimasto prigioniero. Per il nuovo album, Beck scrive e registra canzoni acustiche con il segreto (ma neppure troppo) intento di mostrare al mondo quanto è bravo. Poi, grazie al cielo, incontra i Dust Brothers, i due che hanno fatto la fortuna di Paul's Boutique e dei Beastie Boys. Il risultato non può che essere un cut up di idee musicali, suoni, ritmi campionati e suonati, accostati come se a nessuno importasse davvero. Cosi sarà, il talento di Beck rifulge davvero, la sua cultura pure: della musica americana lui è una specie di enciclopedia, blues, country, folk rock, c'è dentro di tutto, e tutto alla Beck. L'album diventa allora una specie di guida alle sonorità pid cool della fine degli anni Novanta, un preannuncio delle direzioni che il rock'n'roll degli anni Duemila amerà intraprendere. E che lo stesso Beck si incaricherà di annunciare e rafforzare, negli anni a venire.

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)

7 dicembre 2017

Alcune canzoni del 1977 #11/16

“Sir Duke”, Stevie Wonder

Il singolo uscì nel marzo 1977, tratto da un disco pubblicato ad autunno 1976, e arrivò al primo posto negli Stati Uniti e al secondo nel Regno Unito. “The king of all Sir Duke” è il grande jazzista Duke Ellington (“Sir Duke” è il nome di un suo disco del 1946).

6 dicembre 2017

Sephine Llo – I, Your Moon (2017)

di Gianfranco Marmoro

C’è un costante flusso di malinconia mista a stupore in “I, Your Moon”, primo album di Josephine Lloyd-Wilson che fa seguito a un lontano Ep del 2014, ed è inarrestabile come l’avventurosa miscela di neoclassica, folk, pop ed elettronica, che la cantante e multistrumentista ha messo in piedi per uno degli affreschi sonori più ipnotici e suggestivi degli ultimi tempi. Sephine Llo (il suo attuale nome d’arte) ha mosso i suoi primi passi nel circuito della musica classica, ha infatti studiato piano, violino e canto conseguendo una laurea di primo livello presso il prestigioso corso Tonmeister dell’università del Surrey.

Dopo aver vinto alcuni premi come compositrice, ha lavorato anche come musicista nei famosi studi di Abbey Road, ed è durante questo periodo che ha sperimentato nuove sonorità, abbracciando la prospettiva dei field recording e introducendo strumenti poco usuali come il kora e il sanxian; i più attenti ricorderanno anche la sua presenza in alcuni brani dei Real Tuesday Weld.
Dietro la complessa rappresentazione musicale di “I, Your Moon” si nasconde anche una storia ricca di dolore per la giovane musicista, che ha visto morire il suo compagno Robert Lloyd-Wilson (membro degli Autumn Chorus) dopo una dura e breve lotta contro un cancro, non prima di aver scoperto di essere in attesa di un figlio. E’ un album comunque difficile da racchiudere in poche parole: un puzzle di colori e sfumature di bianco e nero che già altri artisti hanno utilizzato per le loro fantasiose e avventurose commistioni tra canzone d’autore, folk, elettronica e neoclassica. Come Joni Mitchell in “Don Juan’s Reckless Daughter”, Kate Bush in “Hounds Of Love”, o Joanna Newsom in “Ys”, Sephine Llo procede tra le note pescando frammenti, pause e rumori, altresì trasformando un respiro in un canto, un accordo in una sinfonia o un battito di note in una preghiera.

Non è altresì erroneo pensare al minimalismo ascoltando “I, Your Moon”, ma è un minimalismo inconsueto, la quantità di note messe in gioco è smisurata, ma nessuna di essa trova mai pace o riposo nelle intrigate tessiture orchestrali dell’autrice. Le canzoni sono come dei mosaici, i cui pezzi mancanti sono spesso sostituiti da frammenti alieni che non alterano però l’immagine d’insieme. Accade così che rumori sordi e disturbi elettronici si trasformino da elementi dissonanti, atti a sfigurare toni cristallini di arpa e piano (“First To Tarnish”), in materia organica sulla quale far volteggiare orchestra e cori angelici impregnati di gothic-folk (la title track). Spesso gli elementi messi in gioco sono atipici, quasi misteriosi e imprevedibili, come il suono di uno scanner o dei pezzi di carta sfregati a mo' di percussioni inseriti nell’intensa ballata “Home” - brano che mette in fila tutti gli elementi principali della musica dell’artista, tra orchestrazioni classicheggianti, armonie folk, mantra corali e ritmici e una vibrante prestazione vocale.

A volte il romanticismo prevale (“Glacier Thawed”), lambendo toni da favola disneyana (“Lover Shaped My Name”), comunque conservando un rigore spirituale che incanta e seduce (“Embossed”). Anche il singolo che ha anticipato l’uscita è alquanto desueto, “Paper Thin”, una ballata eterea, oscura, infettata da rumori, sapientemente calibrata su silenzi e pause armoniche. “I, Your Moon” è un album che preferisce catturare l’ascoltatore attraverso suggestioni ancestrali, raramente le melodie godono di un fascino istantaneo (fa eccezione l’acoustic-folk di “The Remains”).
Che sia il timbro cristallino di percussioni e tastiere di “The Sweetest Noise”, il suono della fisarmonica immersa nell’oscura melodia di “Barren Heart”, o il rintocco delle campane nella toccante e magnetica “Vertigo And The Torchbearer”, quello che prevale nella musica di Sephine Llo è un'intensa forza emotiva che affranca dolore e malinconia dalla quotidianità e la trasforma in poesia.

5 dicembre 2017

Alcune canzoni del 1977 #10/16

“Com’è profondo il mare”, Lucio Dalla

Non era una canzone che poteva competere in successi commerciali con altre in questa lista, nemmeno in Italia, ma rimase una delle cose più originali e influenti di quell’anno: “Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti. Siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare” (nel disco c’era un’altra grande canzone di Dalla, “Quale allegria”, e la popolare “Disperato erotico stomp”).

4 dicembre 2017

Accadde oggi...

1944: Nasce a Los Angeles, California, USA, Chris Hillman, bassista e mandolinista che ha militato nei Byrds, nei Flying Burrito Brothers e nei Manassas.

1944: Nasce a Inglewood, California, USA, Dennis Wilson. Con i fratelli Brian e Carl fa parte dei Beach Boys, dei quali è il batterista. Morirà annegato il 28 dicembre 1983.

1980: I Led Zeppelin annunciano il proprio scioglimento, conseguente alla morte del batterista John Bonham.

1993: Muore Frank Vincent Zappa, autore, compositore, chitarrista. Era nato a Baltimora, nel Maryland, USA, il 21 dicembre 1940

James Holden & The Animal Spirits – The Animal Spirits (2017)

di Giuliano Delli Paoli

James Holden ha viaggiato parecchio negli ultimi anni, sostando qui e là alla ricerca della vocazione spirituale perfetta. A catturare la sua attenzione è stato soprattutto il Marocco, con il suo bel carico di tradizioni antichissime. Un viaggio che lo ha segnato al punto da deviare la propria musica verso qualcosa di ulteriormente “altro”, in particolar modo se raffrontiamo questa sua nuova avventura sonora ai patchwork elettronici cuciti con tanta parsimonia in passato.
Dunque, niente più frattaglie minimali, tentazioni spaziali, vocazioni acide. E via anche buona parte dei rimandi kraut e del sudiciume elettronico ad alto amperaggio ascoltato nell’accecante “The Inheritors”, con l’uomo nelle vesti del pifferaio magico alla continua ricerca di una possibile congiunzione astrale tra passo e presente. Per di più, il producer inglese sembra aver messo momentaneamente da parte anche le tentazioni annusate mediante la collaborazione con Luke Abbott nell’ottimo “Outdoor Museum Of Fractals/555HZ”, album figlio di un’elettronica progressiva del passato più luminoso, e messo in piedi a quattro mani con il poster di Terry Riley appeso al muro; una prova che lo aveva avvicinato non poco al climax di stampo zen e alla tradizione musicale indiana tanto cara allo storico compositore minimalista americano.

E così, a distanza di un anno da quel palese omaggio, il fondatore della Border Community torna a farsi vivo assieme ai fidati The Animal Spirits, sintonizzando la propria arte combinatoria con questa formazione di assoluto spessore e vocazione world-jazz, composta dai vari Marcus Hamblett, Liza Bec, Lascelle Gordon, Etienne Jaumet e il grandissimo Tom Page alle pelli. Siamo dinanzi, quindi, a una commistione d’intenti che rimescola le carte sotto il piano esecutivo, ma che per certi versi prosegue la profonda ricerca artistica attuata negli ultimi tempi dallo stesso Holden; una dimensione terrena “nuova”, percepita a piccole dosi nelle varie esecuzioni dal vivo del capolavoro del 2013, e che lo proietta mediante le varie tracce di questo suo quarto lavoro a metà strada tra le cavalcate dei Gong di “You” - in atterraggio sulla terra dopo il lungo viaggio sul pianeta omonimo - (“Pass Through The Fire”) e sinfonie proprie dello sciamanesimo magrebino più antico (“Thunder Moon Gathering”).
Del resto, non stupisce che negli ultimi quattro anni ad attirare l’attenzione del musicista di Exeter sia stata la musica gnawa del rimpianto Mahmoud Guinia. Mentre l’album nasce ancora una volta da un’unica, estenuante session dal vivo effettuata senza overdub ed edit. Ad arricchire poi le varie ripartizioni in scia spiritual jazz con microriflessi propri dello stile gnawa, è il carico modulare perfetto, posto nella title track da contraltare alle varie effusioni al sax fornite dall’ottimo Jaumet e alla ritmica perennemente incalzante e “selvaggia”; un crescendo che attesta la bontà di tale operazione e che quantifica al meglio la cifra stilistica raggiunta da Holden in questo suo nuovo cammino.

Ciò nonostante, pur mostrando un’ottima confidenza con tale universo strumentale, i ripetuti ascolti palesano qualche lecito dubbio circa la stabilità della nuova direzione intrapresa, e in alcuni momenti appare un po’ di sano manierismo. Di certo, Holden e i suoi spiriti animali fanno di tutto per condurre l’ascoltatore nel cuore pulsante di questa nuova oasi. Il non luogo del passato è ora spazio fruibile, percepibile. Tuttavia, la scelta di affidarsi a certo folclore risulta in definitiva meno potente e spiazzante della proverbiale elettronica dai risvolti trance talvolta clamorosi della prima metà della sua carriera. Manca quel pizzico di sana follia, lo sconquasso, il guizzo stordente e supremo raggiunto in quello che continua a rimanere ancora il suo assoluto capolavoro, l’acclamato e sopracitato “The Inheritors”.
Eppure, la coloratissima kefiah gigante immortalata nella bella cover del disco, con la quale l’artista ha figurativamente avvolto il suo nuovo progetto, incarna appieno l’anima intrinseca dell’opera. E al netto di qualche dovuta considerazione circa la resa definitiva di tale operazione, la schiettezza con la quale Holden palesa tale nuova inclinazione resta comunque merce rara, soprattutto se accostata a tante altre produzioni-lampo odierne, adagiate sui medesimi piani esotici, ma in modo spesso perennemente autocompiacente. Il che non è affatto poco.

3 dicembre 2017

John De Leo - Vago Svanendo



È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull'aldilà dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l'ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!

Carmelo Bene

2 dicembre 2017

Alcune canzoni del 1977 #9/16

“Cocaine”, Eric Clapton

L’aveva scritta e pubblicata J.J.Cale nel 1976, ma quella che poi è rimasta è la versione di Eric Clapton nel suo disco Slowhand del 1977 (e la versione dal vivo nel doppio Just one night). Uno dei più grandi pezzi rock da concerto della storia. Clapton ha sostenuto che fosse sottilmente contro la cocaina, ma non è che si capisse benissimo, quindi in più occasioni ha evitato di suonarla, per un po’.