24 gennaio 2017

Peter Hammill / Van Der Graaf Generator

I Van Der Graaf Generator nascono nel 1967 a Manchester con Peter Hammill (1948), Nick Pearne (tastiere) e Chris Smith (batteria) questi ultimi sostituiti l'anno successivo da Hugh Robert Banton, Keith Ian Ellis e Guy Randolph Evans. Il gruppo è estremamente instabile e le stesse session di The Aerosol Grey Machine sono intese come primo disco disco solista di Hammill, poi edito a nome di Van Der Graaf Generator (dal nome dello scienziato americano inventore dell'omonima macchina per la produzione di energia).

Discografia e Wikipedia

Accadde oggi...

1941: Nasce a New Orleans Aaron Neville, colonna della 'family band' dei Neville Brothers e solista celebre per il suo vibrato, che fa da curioso contraltare alla sua mole gigantesca.

1960: Bob Dylan si esibisce per la prima volta al Cafè Wha? di New York, chiedendo al pubblico un posto dove passare la notte.

1967: Cat Stevens esce con il suo primo album, "Cats and dogs", pubblicato per la Deram.

1969: I Jethro Tull debuttano negli Stati Uniti con un primo concerto a New York. Per essere un gruppo autenticamente inglese, otterranno un successo imprevedibile negli USA, finendo più volte al n.1.

1970: Robert Moog presenta il 'Minimoog', una sintetizzatore portatile del costo di 2000 dollari. Sarà il primo synth ad essere portato in tour dalle rockband.

2000: Crosby, Stills, Nash & Young, a Detroit, dopo venticinque anni, tornano nuovamente in tour insieme.

23 gennaio 2017

Ravi Shankar


Marc Riboud Sitar Player Ravi Shankar, New Delhi 1956 Marc Riboud - 1923-2016 - Ave atque Vale

Courtney Marie Andrews – Honest Life (2016)

di Gianfranco Marmoro

Giunge solo ora sul mercato europeo il sesto album di Courtney Marie Andrews, giovane folksinger nata a Phoenix, Arizona, apprezzata e stimata da colleghi illustri come Damien Jurado e Jim Adkins.
“Honest Life” è l’album della maturità per la ventiseienne americana, un piccolo diario intimo dove l’autrice prende coscienza della sua femminilità ormai adulta, un progetto che sembra quasi un esordio in virtù della freschezza emotiva e dell’intensità creativa.

Quasi a rimarcare questa fase artistica, Courtney Marie Andrews ha eliminato dalla sua discografia ufficiale ben tre dei suoi precedenti album, in verità gli elementi base del sound di “Honest Life” non sono distanti da quelli che hanno caratterizzato i suoi esordi, quello che appare più evidente è la perfetta sinergia tra il lirismo dei testi e l’arguzia degli arrangiamenti.

La voce limpida e cristallina evoca Linda Rondstadt, Maria McKee ed Emmylou Harris, mentre alcune inflessioni pop-soul citano Carole King e Laura Nyro, un campionario di influenze sufficiente a far di “Honest Life” una piccola sorpresa del cantautorato moderno.
Quello che rende tutto ancor più affascinante è la qualità della scrittura, mai didascalica o eccessivamente derivativa, Courtney rende vivo e attuale un linguaggio folk-pop spesso confinato ai margini dell’easy listening, senza cedere ai cliché di molta produzione lo-fi o al fascino intellettuale del weird-folk.

La maturità e la consapevolezza permettono a Courtney Marie Andrews di sfidare le regole del country alternative, l’autrice pesca a piene mani in quel country-rock radio-friendly Fm che imperversava nei tardi anni 70, senza sporcarsi le mani, anzi centrando un trittico iniziale che avrebbe fatto la fortuna di molti album di quegli anni.
Il midtempo da autostrada americana di “Rookie Dreaming”, l’introverso mood da folksinger di “Not The End“ e il pop-soul di “Irene” sono non solo accattivanti ma altresì ricche di sfumature liriche, piccole perle di un gioiello di creatività che onora la miglior tradizione americana che va da Joan Baez a Joni Mitchell.
Pur dotata di una voce intensa e armoniosa, l’autrice evita eccessive acrobazie tecniche, sottolineando sia pregevoli uptempo country-western come “How Quickly Your Heart Mends” che le difficili trame della ballata per piano e steel guitar “Let The Good One Go”.

Le emozioni in “Honest Life” sono legate al trionfo del non detto, a quel mondo di mezzo dove un respiro conta più di un urlo, esemplari in tal senso la delicata e suggestiva title track o il gioioso country anni 60 di “Table For One”.
Come tradizione del miglior country al femminile, l’album si chiude con il pregevole e raffinato matrimonio sonoro con l’orchestra di “Only In My Mind”, perfetta esegesi della distanza che separa il romantico dallo stucchevole, e definitiva consacrazione di un’artista ormai matura per catturare la vostra immaginazione. 

21 gennaio 2017

A Day For The Hunter, A Day For The Prey - Leyla McCalla

di Claudio Todesco

A Day for the Hunter, A Day for the Prey - Leyla McCalla

Anche Leyla McCalla canta la propria identità divisa in due e la resistenza a farsi assimilare da una cultura aliena. È nata a New York, è cresciuta nel New Jersey, ha passato un paio d’anni ad Accra. Ma soprattutto ha discendenze haitiane che ha riscoperto trasferendosi a New Orleans, e tutto si tiene nel suo album che parte con una canzone ispirata ai boat people e finisce con un traditional dedicato a uno spirito del voodoo. Quasi la si detesta per il talento che ha. Ha studiato violoncello classico, ma suona pure chitarra e banjo tenore. Canta in inglese, francese, creolo haitiano. E dopo aver messo in musica Langston Hughes, nel secondo album riconduce tutto a un folk piuttosto chic, dove si fa uso di strumenti acustici senza alcuna ansia tradizionalista. Dentro ci sono la Louisiana e Haiti, il jazz e la tradizione creola, e musicisti di una bravura che non ammette esibizionismi. Pure gli ospiti sono perfetti, da Marc Ribot a Rhiannon Giddens, altro fenomeno che ha suonato con lei nei Carolina Chocolate Drops, la band che ha insegnato al mondo che non bisogna essere bianchi per suonare musica old time.

Ascolta il brano A Day For The Hunter, A Day For The Prey

20 gennaio 2017

13 grandi canzoni dei King Crimson #11

Neal and Jack and me
(Beat, 1982)

Il secondo album della trilogia degli anni ’80 ha per titolo Beat, in probabile omaggio all’omonima generazione degli anni ’50. A fare vita on the road non sono più gli scrittori ma i musicisti: qua in una Parigi alle quattro del mattino Belew, insonne, tira in ballo una Studebaker Coupé del 1952, in compagnia di Neal (Cassady) e Jack (Kerouac).

Derek & The Dominoes - Layla And Other Assorted Love Songs (1970)

E' un Eric Clapton in stato di grazia che ritroviamo qui, al punto di svolta americano dell'idolo chitarristico britannico. E a venticinque anni Mr. "Slowhand" dribbla il successo dell'approdo Blind Faith (dopo Yardbirds, Bluesbreakers e Cream) per scegliere l'anonimato, la libertà espressiva di una band senza dover essere a tutti i costi la prima donna. Comincia così l'improvvisazione coi Friends di Delaney & Bonnie, comune itinerante d'apertura ai Blind Faith in America, fino a ritrovarsi con loro nei Criteria Studios di Miami. E come spesso accade, nel clima di totale disincanto dove nascono le perle preziose, si aggiunge luce ad amplificarne la brillantezza. Coerente con questa impostazione "easy" della produzione, proprio Duane Allman, su invito dello stesso Clapton, si farà vivo per le sessions da cui verrà fuori questa gemma, oscura al momento in cui i nomi coinvolti conservano l'anonimato, lasciando solo alla musica il compito di fare proseliti. Missione compiuta, dato che siamo qui a parlarne, per una serie di contingenze di una sola volta nella vita, a testimonianza di un grande sodalizio artistico e oltre ogni ambizione professionale, ma di grande intesa, umana e musicale. Eric Clapton, Duane Allman, Bobby Whitlock, Jim Gordon e Carl Radle, creano un'alchimia unica, e un mucchio di assortite canzoni che non occorre specificarne il tema per capire che sono blues, rock, soul o infinite jam. Layla è per la moglie di George Harrison, nei confronti della quale si dipanava il dissidio sentimentale di Clapton tra essere amante di lei o traditore dell'amico. Il resto è fucina ispirativa non da poco, e l'istantanea di un momento unico.  (Mia valutazione:  Buono)

(Matteo Fratti)

19 gennaio 2017

Supertramp - Breakfast in America (1979)

Autore della copertina dell 'album "Breakfast in America" del gruppo rock britannico Supertramp, è il fotografo americano Aaron Rapoport. L'immagine ritrae una cameriera americana in posa come la statua della libertà, vista dal finestrino di un aereo. Al posto della corona a sette punte ha una cuffia, al posto della fiaccola innalza un bicchiere con del succo di arancia e infine stringe con la mano sinistra un menù al posto della dichiarazione di indipendenza americana. Sullo sfondo si scorge Manhattan costruita con diversi elementi che servono alla prima colazione, come il piatto con uova strapazzate, tazze impilate, zuccheriere, saliere, pepiere, ecc. Lo scopo era quello di dare l'idea di una colazione in America.


Piero Ciampi, la voce di Livorno

Muore a Roma, all’età di 46 anni, il cantautore livornese Piero Ciampi. All’inizio degli anni ’60 Ciampi incide i suoi primi dischi con il nome di Piero Litaliano, ma i risultati di critica e di pubblico non sono esaltanti. Con il trascorrere degli anni Piero Ciampi inasprisce la sua conflittualità con il mondo musicale italiano, che contraccambia con altrettanta diffidenza.

Janis Joplin cantante mito stroncata dalla droga

Nasce a Port Arthur, in Texas, Janis Joplin. Diciassettene scappa di casa e comincia ad esibirsi nei locali texani. Si afferma verso la fine degli anni sessanta come cantante del gruppo Big Brother and the Holding Company. La sua carriera continuera’ fino alla morte per overdose all'eta’ di 27 anni. Per la nota rivista americana Rolling Stone Janis Joplin e’ al 46esimo posto nella lista dei 100 artisti piu' importanti della storia e al ventottesimo posto nella classifica del 2008 dei 100 cantanti piu’ importanti di tutti i tempi.