7 settembre 2014

Banks - Goddess (2014)

di Mattia Villa

Jillian Banks ha davvero bruciato le tappe nell’ultimo anno e mezzo: il primo brano è comparso in rete nel febbraio 2013, in modo piuttosto anonimo dal punto di vista delle informazioni personali. Il primo live di sempre è arrivato qualche mese dopo, a luglio, mentre a novembre era già in tour di spalla a quel The Weeknd al quale spesso è stata artisticamente accostata. Il resto è storia recente, con un consenso in crescita costante e l’esordio per la Harvest/Capitol.

Una trafila particolare per una ragazza che per anni ha scritto e registrato canzoni solo per se stessa, spaventata dal palco e dal giudizio altrui. Proveniente da una famiglia agiata della California, Banks dopo il divorzio dei genitori ha utilizzato la musica come un diario dove riversare i propri pensieri senza alcun filtro, in quello che lei stessa ha definito come un periodo “oscuro” della propria vita. La carriera artistica non attirava particolarmente Jillian, che infatti si iscrive all’università come tante sue coetanee. Difficile però tenere nascoste certe passioni agli amici, specialmente se Lily, l’amica in questione, di cognome fa Collins e due agganci giusti li ha. Le registrazioni di Banks arrivano a Yung Skeeter, che si offre immediatamente di farle da manager e la orienta verso l’etichetta inglese Good Years. Qui incontra un’altra figura importante per la sua carriera, Seb Chew, che la indirizza verso una schiera di giovani e innovativi produttori, tutti più o meno in rampa di lancio. E’ in questo periodo che nasce il suono di Banks, così come lo conosciamo oggi, grazie alla produzione e alle idee di Lil Silva, Justin Parker, Shlohmo, SOHN, Orlando Higginbottom (Totally Enormous Extinct Dinosaurs), Tim Anderson, Al Shux e Jamie Woon. Una specie di all-star team della musica neo-soul/PBR&B.

Con una squadra del genere alle spalle, Banks si presenta all’esordio su lunga durata con grande consapevolezza, sensazione che traspare durante l’ascolto delle quattordici tracce, tutte co-firmate dalla stessa cantante, che vanno a comporre “Goddess”. Il disco suona in maniera prevedibilmente impeccabile e, nonostante le numerose mani che ne hanno contribuito alla creazione, anche piacevolmente omogeneo. Quello che non ti aspetti sono le ballate chitarra/piano e voce come “Someone New”, dove Banks sfoggia uno stile alla Fiona Apple piuttosto lontano da quei canoni che la vorrebbero, assieme a FKA Twigs, come principale alfiere di questa nuova ondata di artisti contemporary R&B molto in voga al momento. Sono episodi sporadici in verità, non siamo davanti alla nuova Lana Del Rey, nonostante brani come “You Should Know Where I’m Coming From” possano farlo credere.
“Goddess” è in realtà altro, difficile da etichettare secondo le normali classificazioni: non è elettronica perché le linee di synth sono fin troppo oscure e marcate, non è dark-pop perché i beat di matrice hip-hop sono una delle colonne portanti del disco. I singoli estratti - “Someone New” è l’ultimo in ordine di tempo dei cinque pubblicati prima della pubblicazione - possono aiutare a rendere l’idea. “Brain” si muove con passo cadenzato, vagamente lussurioso fino all’esplosione synth-etica regalatagli da Shlohmo. La title track è fredda, dura, scandita da un beat minimale e con effetti elettronici ridotti alla pura essenzialità. Al Shux è l’ombra che agisce nelle retrovie in “Drowning”, un brano cupo dal sapore quasi industrial. “Begging For Thread” mostra il lato più aggressivo di Banks, capace di sfoderare le unghie andando uptempo rispetto alla media del disco. Senza dubbio il brano più radio friendly che potete ascoltare in “Goddess”.

Dall’Ep “London” vengono ripescate “This Is What It Feels Like” e “Waiting Game”. Nella prima la scelta di Jamie Woon e Lil Silva è quella di sommergere tutto sotto uno stratto cavernoso di synth leggeri e riverbero per sostenere l’intensa emotività trasmessa dal brano. La seconda gode invece di quell’aura cinematica e dilatata della quale sono spesso investite le produzioni di SOHN, con la voce profonda e fragile di Banks sommersa da una cascata di graffianti sintetizzatori. Chris Taylor mette le mani anche nel brano d’apertura “Alibi”, dove l’artista californiana fa emergere l’aspetto più limpido delle proprie potenzialità vocali, mentre “Fuck Em Only We Know” è il pegno da pagare alle proprie fonti d’ispirazione, quali Aaliyah e Lauryn Hill.
I testi sono un intricato viaggio fra le relazioni sentimentali, complicate per loro stessa natura. Non è Banks la dea del titolo o almeno lo è solo in parte, anche se il punto di vista è sempre ed esclusivamente femminile. Sono tutte storie con un finale doloroso o quantomeno poco felice, dove la protagonista non sempre è in grado di rialzare la testa. A volte Jillian si mette in gioco esponendosi in prima persona anche alle critiche morali (“Waiting Game” si riferisce a una storia con un uomo sposato/fidanzato), in altre è semplice spettatrice giudicante della miopia maschile (“Goddess”). Il punto è che c’è un’assoluta trasparenza nell’affrontare le conseguenze che questo tipo di scelte comportano. Un’onestà che non è propria di una dea, ma comunque sintomo di grande sensibilità artistica.

In un anno in cui tanti nuovi artisti stanno emergendo con prepotenza grazie a talento e dedizione, scalando trasversalmente gli indici di gradimento tanto fra il pubblico alternativo quanto fra quello mainstream, Banks ha tutte le carte in regola per restare a lungo tempo al top. Voce, presenza, sonorità e mezzi non le mancano: possiamo solo essere ottimisti riguardo al suo futuro. (4/5 voto mio)

0 commenti: