24 settembre 2015

Julia Holter - Have You In My Wilderness (2015)

di Gianfranco Marmoro

Pochi artisti possono vantare un linguaggio e una personalità come Julia Holter, in soli tre album ha messo a disposizione della sua vitalità sonora tutte le infinite possibilità dell’esoterismo musicale, sfiorando la rarefazione in “Ekstasis”, rielaborando le frontiere dell’avanguardia che si districavano tra John Cage e i Kraftwerk in “Tragedy” e infine volgendo uno sguardo audace e surreale al passato nel teatrale e vigoroso “Loud City Song”.

“Have You In My Wilderness” è un capitolo nuovo per la Holter, il filo comune delle canzoni non è nelle tematiche o nella premessa culturale, il songwriting e la dimensione pop sono la nuova sfida, ed è la voce il primo elemento che si staglia con inedite sfumature timbriche: non più celata dietro la coltre dei raffinati ed elaborati suoni, ma orgogliosamente in evidenza in un equilibrio con il tessuto strumentale che per la prima volta assottiglia le distanze con il mondo del cantautorato.
Sono canzoni sciolte, storie più personali e quotidiane, dove prevalgono eleganza e immaginazione. La produzione di Cole M. Grief-Neill è moderna ed essenziale, più vicina alle trascendenze liriche di “Ekstasis”; tutto il superfluo è stato eroso e abbandonato per far sgorgare un suono apparentemente limpido, ma elaborato e sviluppato fino all’ossessione e allo sfinimento.
Un album a tema dove è la musica il vero trait d'union, dalle solari note di “Feel You” alle più criptiche della conclusiva title track c’è un oceano di suoni da attraversare: jazz, pop, folk, elettronica, avantgarde, neoclassica e perfino tracce di synth-pop si alternano nelle strutture dei brani, senza che nulla intacchi l’uniformità e la forza del suo stile, sempre più personale e autorevole.
L’album più accessibile e semplice di Julia Holter, è stato sicuramente il più difficile da mettere insieme, le voragini della banalità hanno sempre tradito chi ha tentato di aprire le porte del mistero alla comprensione popolare.

E’ insolito e quasi spiazzante pensare che le note iniziali di “Feel You” siano opera della stessa Julia Holter di “Loud City Song”, è più facile pensare a un’emula di Judee Sill, poi scopri un’arcana sensazione di ambiguità dietro le piacevoli linee liriche e trovi la chiave d’accesso all’ennesimo trionfo creativo della musicista americana.
Come Laurie Anderson, la Holter trascina armonie colte nelle braccia della musica popolare; strano poi cogliere proprio in “Silhouette” assonanze non solo musicali ma perfino liriche: il “Language is a virus” di Anderson-iana memoria diventa “Language is a play”, quasi a sottolineare una sottile evoluzione del contagio tra arte, letteratura e musica.
Ancora una volta un racconto di Colette dona spunto a fughe sonore evanescenti e visionarie: “Lucette Stranded On The Island” non è solo uno degli episodi più intriganti dell’album, ma anche una delle rappresentazioni più forti della nuova ibridazione sonora, tra cristalli usati come percussioni e monologhi che diventano quasi un sottofondo ambient. Anche le pagine che sembrano più innocue conservano un arcano fascino come "Night Song", una di quelle dolorose melodie che ti aspetteresti dai Sigur-Ros.

“Have You In My Wilderness” è non solo un album di canzoni, ma un’installazione sonora dove i personaggi sono sopraffatti dalle loro emozioni più profonde, tratteggiate con più chiarezza ma sempre avvolte in quell’alone di mistero e incomunicabilità emotiva che sembra essere la sfida di questo progetto.
Holter si spinge oltre i limiti della passionalità in “Betsy On The Roof” (ai più attenti non sfuggirà che insieme a “Sea Calls Me Home” era presente in diversa forma tra le dieci tracce della cassetta “Live Recording”), un brano che in un album di Kate Bush suonerebbe come un momento di relax emotivo, e che invece nel rarefatto e algido pop della Holter pare quasi come un imprevisto.
Drone ed elementi gothic sono implicati in quantità minore, solo “How Long?” per un attimo riprende per il bavero quell’esistenzialismo sonoro che Nico rese arte, l’orchestra scorre solenne come una mini-suite di Henryk Gorecki, mentre il canto si divide tra la solitudine e l’assenza.

L’eleganza sembra essere il nuovo archetipo sonoro per Julia Holter, le atmosfere parigine di “Everytime Boots” e l’immersione nel surf di “Sea Calls Me Home” hanno lo stesso respiro della melodia senza tempo della title track e della superba “Vasquez”, uno dei vertici assoluti della sua carriera, dove l’avanguardia si colora di neoclassica, kraut-rock, jazz e strutture vocali fonetiche alla Robert Ashley.
L’apparente serenità e fruibilità di “Have You In My Wilderness” solleverà consensi critici alterni, forse intimiditi dalla mancanza di elementi innovativi e rivoluzionari, ma non credetegli: la Holter ha messo in piedi il suo “Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band” o il suo “Pet Sounds”, un album dal suono unico e magico che riporta l’arte pop tra le braccia dei suoi destinatari finali, ovvero il pubblico, celebrandone la bellezza e la purezza. (Mia valutazione: Buono)

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