30 settembre 2015

Ryan Adams - 1989 (2015)

di Marcello Matranga

Alle stranezze Ryan Adams ci ha abituato da tempo. Incurante dei giudizi, arrogante ma anche maledettamente intrigante, Adams è personaggio di fronte al quale è decisamente restare indifferenti: molti lo amano, altrettanti lo detestano. Chi lo ignora è perché non ne conosce l’esistenza. E così, dopo aver fatto uscire un gioiello come il box delle due serate alla Carnegie Hall, degno di entrare nel ristretto novero dei dischi dell’anno, eccolo alle prese con la stramba idea di rifare 1989 album multimilionario (basti pensare alle 1,3 milioni di copie vendute nella sola prima settimana d’uscita, fine Ottobre 2014) di Taylor Swift. Stramba perché si tratta di un disco che nulla può avere a che vedere con Ryan, fatto da un personaggio talmente lontano dal musicista da rendere impossibile comprendere il perché della scelta. Al tutto aggiungendo che sarebbe stato un album di chitarre e con anche un sound alla Smiths. Insomma abbastanza per lasciare perlomeno perplessi.

E invece, pur con qualche forzatura, e qualche suono non proprio centrato, ecco uscirne un disco che con l’originale non ha nulla a che fare, se non per i testi. Ma la musica che lo pervade è veramente altra storia, pur restando prevalente in un ambito Pop. Lungi dall’essere un disco fondamentale per i non addicted to Ryan Adams, ma lavoro certamente meritevole di essere ascoltato. Le canzoni sono coinvolgenti a partire dall’intro di Welcome to New York, scandita da un tempo secco con pianoforte e chitarre in evidenza. Solo quest’attacco disintegra ogni possibile paragone con l’originale, che per inciso chi scrive è andato ad ascoltarsi, confesso tra attacchi di orticaria devastanti e con la sopportazione messa a dura prova. Non mancano, come si scriveva poco prima, sbavature, ma credo sia già miracoloso ribaltare un disco dalla sua concezione originaria.

Blank Space diventa una ballad soffusa e quasi sussurrata, suonata in punta di dita. Style riprende sonorità già sentite proprio di Adams, quello meno brillante. Out of The Woods è un gran pezzo, ballata spettacolare tipica di un certo modo di scrivere di Ryan. Da ascoltare ad un volume adeguato nella vostra auto mentre viaggiate nella notte. Shake It Off lascia in bilico con quella tastiera strana, ma c’è la slide in lontananza che avvince. Sembra sempre sul punto di esplodere ed invece ti lascia lì. Complessivamente pezzo intrigante. All You Have To Do Is Stay non appare molto convincente. Sarà la batteria, sarà il suono troppo easy ma qualcosa quadra a fatica, anche se i crismi di un pezzo che si richiama a certe sonorità di Adams ci sono tutti. I Wish You Would è decisamente inadeguata. Easy listening di bassa lega. Passare oltre. Bad Blood rimane nell’alveo della canzone pop, ben fatta ma niente che lasci il segno. Wildest Dreams apre con un jangle di chitarre molto bello quanto ruffiano. Il bridge è devastante entrando subito in circolo.

This Love è una lagna da evitare. Non si rischia il lancio dalla finestra solo perché non c’è il formato fisico, ma il livello è quello. How You Get The Girl è decisamente meglio. Basso profondo che cesella una canzone condotta da un suono flebile di chitarre. I Know Places è un altro pezzo reso piacevole da Adams, che si ascolta con un certo piacere. Chiusura con Clean, dove si rimane nell’ambito della ballata easy, ma sempre piacevole all’ascolto. 1989 è uscito il 21 Settembre solo in digitale su iTunes, e sarà reso disponibile in CD ed in Vinile prossimamente, anche se è un mistero al momento quando questo avverrà. Nel frattempo il consiglio è quello di provare ad ascoltarlo su YouTube dove è disponibile l’intero streaming del disco. (Mia valutazione: Distinto)

2 commenti:

Blackswan ha detto...

Lo sto ascoltando da stamattina e non mi sembra affatto male.

Silvano Bottaro ha detto...

infatti, nonostante le critiche non certo tanto positive, io lo trovo piacevolissimo e per me è quello che conta.