11 aprile 2016

Mogwai - Atomic (2016)

di Emanuele Brunetto

Fra le tante peculiarità che contraddistinguono la parabola artistica dei Mogwai, la più apprezzabile è sempre stata la loro innata capacità narrativa, davvero incredibile considerata la pressoché totale assenza di parole all’interno delle loro produzioni. Gli scozzesi questo loro tratto distintivo lo conoscono bene e negli ultimi anni hanno deciso di applicarlo alle immagini in modo costante, evoluzione naturale e fisiologica della loro musica.

Così, dopo aver composto la soundtrack del documentario “Zidane: A 21st Century Portrait” e quella della serie “Les Revenants”, ecco adesso Atomic, rielaborazione della colonna sonora realizzata dai Mogwai per “Storyville: Atomic – Living In Dread And Promise”, documentario sul nucleare diretto da Mark Cousins e andato in onda lo scorso anno sulla BBC.

L’uso dell’elettronica, costante delle ultime prove in studio della band, qui diventa in tracce come SCRAM e U-235 ben più di un espediente teso all’ammodernamento sonoro, è parte integrante della suddetta narrazione, incentrata su e ispirata da un tema fortemente in bilico fra presente e passato, fra fredda tecnologia e calore umano. Il percorso degli scozzesi nell’affrontare le varie fasi della storia del nucleare si giova di climax, di esplosioni che sottolineano magistralmente la storia dietro Pripyat (città sovietica abbandonata, coinvolta nel disastro di Chernobyl), di un pianoforte penetrante che nella conclusiva Fat Man (il nome della bomba sganciata su Nagasaki) sa di quiete e paura, del violino straniante di Are You A Dancer? e di bagliori da disastro annunciato che percorrono l’intero lavoro.

Tutti elementi che, uniti all’utilizzo del tempo come fosse un elastico, rendono l’ascolto di “Atomic” persino indipendente dalle immagini del documentario, risultato non da poco ma che non stupisce affatto trattandosi dei Mogwai: Stuart Braithwaite e gli altri segnano un’altra importante tacca nella storia del rock strumentale e nella propria discografia, alzando ancora un po’ l’asticella del post rock e rendendo complicato ai colleghi di genere il perfezionamento degli standard di riferimento. (Mia valutazione: Discreto)

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