20 aprile 2016

Parker Millsap - The Very Last Day (2016)

di Fabio Cerbone

Bastano quaranta minuti scarsi a Parker Millsap per chiarire la questione e segnare una distanza fra lui e qualsiasi altra giovane voce dell'Americana che voglia conquistare le luci della ribalta. Insediato in pianta stabile in quella ristretta cerchia che vede Jason Isbell, Chris Stapleton e pochi altri portare la fiaccola della tradizione rinnovandone il percorso, questo ventitreenne dell'Oklahoma rilancia e raddoppia a due anni dal suo omonimo e già promettente esordio. The Very Last Day è un altro piccolo disco, ma un grande balzo nella direzione di un folk elettrico, dinamico e palpitante dove le radici rurali del musicista si fanno ancora più esuberanti e cariche di tentazioni rock, riuscendo nel non facile compito di mantenere in equilibrio storie e versi di una certa profondità con canzoni dall'appeal immediato.

Figlio di un pastore pentecostale, cresciuto fra i canti religiosi dell'America più nascosta, Millsap è un autore che non rinnega il passato, ma allo stesso tempo non si fa trascinare da una semplice riproposizione delle sue regole: in questa musica vibrano spiritualità gospel, diavolerie blues ed eccitazione rock. Viaggiano di pari passo, mettendo in discussione il piccolo mondo della provincia in cui il ragazzo è diventato adulto. Ecco perché in Heaven Sent parla della condizione di un ragazzo omosessuale e del suo desiderio di accettazione da parte del padre, magari sullo sfondo di una società assai bigotta e chiusa come può essere quella americana dell'Oklahoma. E così prova ad affrontare i grandi temi della morte e della religiosità dall'angolazione particolare di Hades Pleads o Tribolation Hymn, breve invocazione dai toni apocalittici quest'ultima che chiude con eleganza il disco, prima di immergersi nelle "preghiere" di un ladro in Hands Up e di fare il solito giro fra peccato e redenzione in vicende d'amore un po' complicate (gli altri episodi sparsi qui è là lungo il tragitto).

L'esito è una raccolta spumeggiante nella quale i colori vintage di certe soluzioni strumentali, le brusche fondamenta hillbilly e rock'n'roll della musica di Parker Millsap si uniscono all'attualità del suono Americana, senza apparire una pallida riproduzione di stile: nella freschezza delle melodie e in una voce niente affatto comune risiede il segreto di questo Okie degli anni duemila, con quel saliscendi di falsetto e potenza che esprime il suo canto. La produzione secca e la band d'impostazone roots (con violino di Daniel Foulks e piano e organo di Tim Laver a spargere semi di tradizione) tengono botta, ma non cedono in fatto di energia: assaporatelo questo sound convulso, al fondo acustico eppure rock, nell'apertura pungente della citata Hades Pleads, tutta scatti ritmici, oppure seguite le curve di una irresistibile Pining. L'eco della memoria folk e dell'educazione gospel di Millsap si affacciano con prepotenza per l'intero The Very Last Day: sostenuto anche dalle voci delle ospiti Aoife O'Donovan e Sara Watkins, Parker gorgheggia in Morning Blues, graffia con piglio sudista nella stessa title track e in Whereever You Are, innalza inni con Heaven Sent, che si dischiude acustica su un giro di accordi che ricorda The River di Springsteen e si trasforma presto in un'altra ballata dai ferventi toni spiritual.

Il trait d'union con i progenitori dell'american music si intitola invece You Gotta Move, è il classico blues di Mississippi John Hurt già immortalato dalla versione dei Rolling Stones e qui tuttavia per niente scontato nelle corde di Millsap: voce tonante, emozioni a fior di pelle, un violino a condurre la danza, l'anima di un folclore musicale che si reitera continuamente. (Mia valutazione: Distinto)

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