2 maggio 2016

The Jayhawks - Paging Mr. Proust (2016)

di Ermanno Labianca

Muore Prince e risorgono i Jayhawks. Traffico dei sentimenti e traffico della musica a Minneapolis. Ha detto bene Bob Mould, un tempo anima degli Hüsker Dü, rendendo a caldo il giusto merito all'autore di Purple Rain, che "tra le nostre avenue e in quei sobborghi, da nord a sud, tra black music e garage band, è successo parecchio". Anche che una band come quella fondata da Marc Olson, Gary Louris e Mark Pearlman arrivasse ai trent'anni di attività conoscendo così la fase più opulenta della discografia americana e le settimane buie ma non prive di lampi del crowdfunding. Orfani di Olson, che da tempo un po' va e un po' viene, gli altri due si sono compattati intorno a un progetto di rinascita che appare assai solido, supportato com'è dall'esperienza e dalla voglia non sopita dell'ex R.E.M. Peter Buck e da un nutrito numero di canzoni a cui nulla manca della fulgida bellezza di quelle di cui ci innamorammo ai tempi di “Hollywood Town Hall” e “Tomorrow the green grass”.

Louris, che si è ripreso da due anni bui passati tra la riabilitazione ("alcol e droghe", ci ha rivelato candidamente) ha il volante ben saldo tra le mani e un grande desiderio di credere in quella creatura -la band- che ultimamente era apparsa un po' sconfitta da crisi personali e conflitti interni. Ha scritto molto, buttato via qualcosa, cercato e privilegiato ciò che meglio si adattava al suono del gruppo. Il suono di un tempo, non quello vagamente più jaysperimentale e menzognero di “Sound Of Lies” e “Smile”.
Ha insomma impiegato bene, sia nella musica che nelle faccende personali, i cinque anni trascorsi da “Mockingbird Time” e si ripresenta come la punta centrale di un attacco formato anche da Buck e da Tucker Martine, l'altro produttore (nel suo portfolio i Decemberists e i My Morning Jacket). Louris ha portato in dote le canzoni, "Buck" - dice lui - " la visione d'insieme e Martine la cura per i dettagli". Il vecchio terminal della TWA installato nell'aeroporto Kennedy di New York nel 1961 ma progettato sei anni prima, quando Louris nasceva, tradisce una voglia di fuga, per lasciarsi alle spalle il brutto e volare -con un libro di Proust in mano e un amico di cui fidarsi- verso una vita nuova, affinché la tossicodipendenza dell'uomo e certe indecisioni della band (Olson dentro o fuori? Un suono classico o più avventuroso? Una certa costanza o dischi quando capita?) appaiano un ricordo lontano.

Ogni dubbio viene fugato dall'attacco di questo nuovo “Paging Mr. Proust”, momento sempre cruciale quando si parla di ritorni. Quiet corners & empty places è proprio il disegno che avremmo fatto se ci avessero chiesto di ritrarre in qualche modo la prima canzone nuova dei Jayhawks: avremmo disegnato una casetta di legno saldamente piantata in mezzo a un prato, senza nulla intorno, solo una Rickenbacker appoggiata sul jay1vecchio divano piazzato davanti all'uscio. Suona così, la opening track. Azzurro e verde, pace e chitarre a dodici corde, cuscini morbidi e l'odore dei pini, un po' Beatles un po' Byrds, decisamente Jayhawks.
Louris canta "it's the start of a brand new adventure" e sappiamo perché credergli. E quando anche Leaving the monsters behind suona calda e familiare c'è una storia vera dentro, il che di solito rende le canzoni speciali (inoltre, dall'ex famiglia R.E.M. si è staccato anche Mike Mills per il cammeo da background vocalist). Quel senso della melodia che aveva affascinato alle prime uscite del gruppo resta intatto, l'accuratezza delle armonie vocali è sempre lì. Quel tenace aggrapparsi alla tradizione senza risultare per questo mai bolsi è ancora una volta un punto di forza. Lo dicono la sontuosa Isabel's Daughter (un po' R.E.M., mandolino compreso) e la riflessiva Lovers of the sun, leggera, tenue, tanto da apparire un crossover tra l'anima più pop degli America e dei Fleetwood Mac (tra “Mirage” e “Tango in the night”) e certo Brit pop.

E quando c'è da mostrare le unghie per farsi competitivi, sorvolando la zona dei ricordi per spingersi verso le faccende dell'oggi e annunciarsi ancora competitivi, arrivano Ace e Comeback kids, impregnate di una vivacità sonora che è più figlia dei giorni nostri. Non abbiamo la garanzia di ciò che saranno, questi ragazzi ormai vicini ai sessanta, ma sappiamo cosa sono stati e cosa sono ora. I loro trent'anni di canzoni hanno lasciato una jay2traccia presso chi ha amato il jingle-jangle dei Sessanta, il country-rock dei Settanta e tutta l'Americana nata negli Ottanta per poi propagarsi e restare viva da allora fino ad adesso.
Siamo al cospetto di inattaccabili continuatori. Inattaccabili nel fisico (che ogni tanto tocca rimettere in sesto) e nello spirito. E' bellissimo ritrovarli in Paging Mr.Proust quando troppi annunci (stanno tornando, sono in studio, ci sono nuove canzoni) e troppi silenzi stavano corrodendo la nostra voglia di attenderli. Cinque anni di attesa potevano essere ripagati, con un po' di compiacenza, dalla sola The devil in in her eyes, un trionfo di nostalgia a più voci, armonica e belle promesse nello sguardo tentatore di "lei". Bene, sappiate che c'è un intero album, bellissimo, a tentarvi, fatto di casette di legno, prati e odore di pino. Prendete il navigatore e fatevi una vacanza. (Mia Valutazione: Distinto)

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