1 settembre 2017

The War On Drugs – A Deeper Understanding (2017

di Carmine Vitale

L’indecifrabile sguardo di Adam Granduciel e uno studio di registrazione che giureresti appartenere al quarantennio scorso rappresentano il biglietto da visita della nuova prova a firma The War on Drugs. Il primo disco pubblicato con una major – Atlantic – e che, per una strana congiunzione astrale, è finito per trasformarsi in uno dei comeback più attesi dell’anno. Difficile immaginare che l’alcolica alchimia scattata con Kurt Vile quindici anni fa potesse portare ad un risultato simile. Dopo l’uscita quasi subitanea del chitarrista, che collaborò di fatto al solo debut, la macchina schiacciasassi dei War on Drugs è riuscita negli anni successivi a lasciare dietro di sé tracce difficilmente fraintendibili. Embrione del nuovo corso era stato Slave Ambient del 2011 e il lungo tour che ne derivò, utile a stuzzicare le orecchie di una nicchia di ascoltatori in costante crescita, poi la deflagrazione con Lost in the Dream, primo vero successo in termini di cifra stilistica e pubblico, che ne fissò i riferimenti e le fughe prospettiche, ovvero il bilanciamento tra i colori psichedelici e i toni chiaroscurali a metà strada tra l’americana e un manierismo rock in grado d’abbracciare un lungo ventennio a cavallo tra ’70 e ’80.
A Deeper Understanding torna a bagnarsi in quelle stesse acque seppur con maggiore consapevolezza dei propri mezzi. Ci si aspettava uno scatto utile a determinare l’evoluzione del progetto e che, in parte, viene assecondato. Lo chiariscono bene il dialogo serrato – già ben distinto nelle prove precedenti – tra basso e batteria, ma anche le lunghe code chitarristiche ben ammaestrate dalla sei corde della special guest, Meg Duffy degli Hand Habits, e da tastiere vintage a definirne contorni e traiettorie. E se da un lato l’imprinting resta ancorato a capisaldi di genere quali una componente espressiva psichedelica che dialoga costantemente con un cantato à la Dylan e al mood neilyoungiano, dall’altro quell’ammiccare all’epopea eighties sembra avvicinarli ancor di più alla magniloquenza springsteeniana, dando l’impressione all’ascoltatore di essere costantemente intrappolati in immortali ballatone del calibro di Jungleland (basti ascoltare Strangest Thing per farsene un’idea). Da questo punto di vista, Granduciel e soci sembrano avere tra le mani una formula quasi algebrica di un retromaniaco classic rock – volutamente citazionista, soprattutto nelle cavalcate di dodici minuti (Thinking of a Place) in chiave seventies – che rimanda al kraut teutonico dei Neu! e alle visioni in bianco e nero di Tom Petty, e che riesce a sedurre in maniera trasversale due generazioni dal gusto ed humus differenti. È il merito di suoni rodati on the road, capaci di creare un “marchio” immediatamente riconoscibile, seppur ancora lontano dall’essere pop(olare) al pari di – giusto per citarne un paio – Arcade Fire e Wilco. Insomma quel DNA incontrovertibile di chi è costantemente fuori tempo riuscendo, nel frattempo, a cucirsi addosso la toppa di band senza tempo.
Altro merito del deus ex-machina della band è l’essere riuscito a trovare una quadra anche sul versante strettamente testuale, consegnando alle stampe dieci brani dai toni incredibilmente evocativi. Tutto continua a ruotare intorno a semplici ed efficaci spunti: una pioggia dalla funzione quasi catartica, un ingombrante ed onnipresente cielo notturno (Up All Night), luci guida poste a delimitare un sentiero che sembra costantemente mancarti sotto alle suole delle scarpe e amori da custodire e difendere dalle avversità esterne («Come and take my hand, babe / There’s a turn in the road that we’ve been taking») per cui possiamo concederci il lusso di un parallelismo con quel piccolo romanzo musicato che è Thunder Road di Springsteen. Insomma, Granduciel entra in punta di piedi nei brani di A Deeper Understanding vivendo storie differenti, soffrendo, accarezzando la tenerezza che ne consegue. È la mappa fisionomica di un racconto che da autobiografico è in grado di trasformarsi in narrazione universale e che vive in simbiosi con l’altro elemento caratterizzante, la musica. Sì, perché prima di parole, allusioni, licenze poetiche, a far girare la ruota sono inevitabilmente le melodie, vera quintessenza dell’album.
Se il nuovo disco dei War On Drugs era particolarmente atteso, c’era una motivazione su cui è necessario riflettere. Chi ha amato Lost in the Dream si aspettava il passo della definitiva consacrazione, ovvero quello scatto in grado di spalancarti porte che valicano la soglia del proprio già florido giardino. A Deeper Understanding ci riesce in parte, restituendoci l’immagine di una band consapevole, disinvolta e non di meno proiettata verso il consolidamento di un sound che potresti riconoscere alla prima nota. Un ottimo disco, dunque, a consolidamento di un percorso fitto di malinconie assortite e viaggi umbratili, ma non abbastanza per poter sperare di raggiungere le masse e i conseguenti headlining dei più importanti festival del globo. Chissà che non siano gli stessi War On Drugs a puntare altrove, proprio come sembra suggerirci la natura di questi brani che non definiresti nati per la radio. In attesa di futuri sviluppi (ulteriori), godiamoci ogni pieno e ogni vuoto di questa nuova riuscita prova targata War On Drugs.

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