9 novembre 2017

Solo il punk ci salverà

di Imma I.

Quarant’anni di Punk 77.
Perché questo periodo storico potrebbe essere proficuo per la nascita di nuovi generi musicali, nuove sperimentazioni in campo artistico e della moda? Scopriamolo insieme

Era il 1977, quando uscirono alcuni degli album più importanti per il mondo della discografia, soprattutto per il punk, 14 per la precisione e tutti di fila.
Inutile ricordarvi che quegli anni da un punto di vista musicale sono stati prolifici non solo per questo genere musicale, potremmo soffermarci per ore su tutti gli album usciti in quel periodo, ma in questo articolo voglio parlarvi nello specifico del Punk 77.

Ho cercato di indicare gli album che hanno segnato il punto di svolta per questo genere musicale e ne ho trovati 14, che vi riporto di seguito: Richard Hell & The Voidoids con il loro “Blank Generation”, I Television con “Marquee Moon”, I Wire con “Pink Flag”, I Sex Pistols con il loro “Never Mind the Bollocks here’s the Sex Pistols”, I Clash con “The Clash”, I Damned che uscirono con due album in quell’anno “Damned Damned Damned” e “Music for Pleasure”, gli Heartbreakers con “L.A.M.F.”, I Ramones che pure uscirono con due album in quell’anno “Leave Home” che uscì il 10 Gennaio e “Rocket to Russia” pubblicato il 4 Novembre, i Blondie con “Plastic Letters”, i Talking Heads con l’album omonimo, i Radio Birdman con “Radios Appear”, e “The Idiot” di Iggy Pop.

Anni ruggenti, su entrambe le sponde dell’Atlantico, la voglia di ribellione aveva raggiunto livelli di non ritorno, non solo in campo musicale. Era arrivato il momento di creare una profonda rottura con tutto quello che si era vissuto in precedenza. Le due culle principali per la nascita di questa nuova corrente culturale furono Londra, in Europa, e New York, negli USA (anche se la scena punk originaria è partita proprio da Los Angeles).

Come si poteva rimanere indifferenti di fronte a tutto questo? Dall’Europa agli USA era un brulicare di musica ribelle, aggressiva, rabbiosa. Già da un paio di anni si sentiva pronunciare quella parola “punk” scritta per la prima volta, in maniera appropriata sulla rivista Creem, da Lester Bangs – (era stata utilizzata erroneamente da Dave Marsh, sempre su Creem, un mese prima, ma per descrivere la musica di Question Mark and the Mysterians, appartenente in realtà al genere garage, ndr) – uno dei critici musicali più influenti e capaci di sempre, ahinoi morto troppo presto come molti degli artisti che seguiva da vicino.

Ma cosa succedeva nel mondo in quel periodo? Perché c’era questo forte senso di insoddisfazione?

Entrambe le sponde dell’Atlantico, Londra e New York, vivevano situazioni di grande disagio socio-economico: Londra era colpita da continui attentati dell’Ira e poco tempo dopo Margaret Thatcher assunse il potere; New York era sempre più alla deriva, si dava la caccia a Son of Sam, il pluriomicida David Berkowitz, i blackout erano continui e non si riusciva ad avere la meglio sulla criminalità cittadina.

È proprio questa l’atmosfera che crea la culla per la nascita e la diffusione di una scena musicale differente, con caratteristiche sempre più marcate, più dura del rock, più ribelle del metal: il punk.

Il motto degli anni precedenti, che aveva fatto da slogan alle schiere di hippies festosi e colorati, dalle barbe incolte e corone di fiori sulla fronte, il celebre “Peace&Love”, non aveva più alcun fascino, i capelli da lunghi e lisci iniziarono a diventare sempre più corti, netti e definiti.

Un cambiamento non solo musicale, dunque, ma anche nel mondo della moda. In molti dicevano che quel genere sarebbe passato in fretta, in realtà ancora oggi è proprio a quella corrente culturale che si attinge per cercare qualcosa di innovativo: il punk è stato fondamentale e lo è ancora oggi. Cambiò la moda: t-shirt, jeans neri aderenti e chiodo di pelle sul versante americano, una moda essenziale e minimal, ne sono l’esempio lampante i Ramones; a Londra invece l’abbigliamento diventa scioccante, inquietante e sfrontato, tutto spinto all’esasperazione, creste comprese.

A New York il primo a creare uno stile estremamente semplice fu Richard Hell quando si presentò durante un live, con la t-shirt con su scritto “Please Kill Me”, diventato poi anche il titolo di un libro, la famosa bibbia del punk, scritto da Gillian McCain e Legs McNeil.

Dall’altra parte dell’Atlantico c’era invece Sid Vicious con i suoi capelli scapigliati, il suo sguardo perso e le sue t-shirt piene di buchi.

“Il punk era molto eccitante. La musica era veloce e a tutto volume. I club erano piccoli, bui e impregnati di sudore e gli stessi punk erano pericolosi, o almeno questa era l’impressione che volevano dare” così dichiara Derek Ridgers, fotografo di quella scena e collaboratore di una delle più importanti case di moda del mondo, Gucci.

Diciamo che quel periodo storico per alcune analogie negative è molto simile a ciò che stiamo vivendo oggi: continui attentati, crisi economiche, incapacità dei Governi nella gestione dei problemi di carattere sociale, inadeguatezza e voglia di ribellione. I presupposti per creare una nuova ondata di musica ribelle ci sono tutti. Non più post punk o elettronica ma very foolish, davvero incazzata, pesante come anfibi ai piedi, pungente come metallo, veloce come un uragano.

Ma perché invece le nuove generazioni sono assuefatte a generi indie, tonalità più melodiche che potenti? Come mai c’è un appiattimento generale anche nelle nuove proposte musicali? Viviamo solo la nostalgia di un tempo passato? Quale modo migliore salutare i 40 anni di punk con nuove bad band invece che con nuove vecchie cover band?

Manca lo slancio, manca la voglia di spaccare tutto e di ricostruire poi. Sarà che forse chi può permettersi uno strumento musicale non ha voglia di suonarlo, non percepisce il disagio degli altri, o semplicemente tutto gli viene a noia?

Senza rabbia non si crea talvolta.

Il punk si caratterizza per la velocità e per l’aggressività della musica: batterie molto potenti e molto presenti, riff di chitarra semplici e bassi poco invadenti. Uno stile essenziale, veloce, che trova la sua manifestazione più evidente in locali piccoli e molto affollati, una vita vissuta tra continui eccessi e colpi di testa, a ritmo di pogo.
Cambia anche il modo di rapportarsi verso il pubblico, verso i propri fan, che vengono visti allo stesso livello del musicista, il palco è molto basso, quasi a misura d’uomo e se da una parte c’è l’irriverenza di Iggy Pop, che quasi ogni volta manda via i suoi fan umiliandoli e maltrattandoli; dall’altra c’è la gentilezza dei Clash, che si pongono in maniera del tutto differente, proprio come ci ricorda Lester Bangs, nel suo libro “Guida ragionevole al frastuono più atroce”.

Il critico musicale ha avuto modo di seguirli in tournée rimanendo davvero colpito da questo loro aspetto profondamente umano. Alle spalle di questi personaggi agivano poi le loro donne, compagne, groupie, che il più delle volte fomentavano le serate con litigi abbastanza teatrali ed eclatanti. Intorno c’era il mondo dei locali più cool: esibizioni, dissapori, critiche, il tutto esasperato da fiumi di alcol ed esagerazioni di ogni tipo.

Eppure ancora oggi non possiamo non guardare a quell’epoca che è stata la vera svolta, il punto di non ritorno, la cosa più moderna ancora mai uguagliata negli ultimi 40 anni. Un movimento vecchio, ma in realtà ancora giovanissimo e che ostenta con tutta la sua irriverenza la sua cresta colorata alle nuove generazioni, caccia la lingua al tempo che scorre e fa in modo non solo di essere ricordato, ma se possibile anche ripreso e rivissuto.

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