1 dicembre 2017

Moby - Play (1999)

Qualcuno se lo ricorda per GO, che nel 1991 rimescola con un certo successo i suoni della colonna sonora di Twin Peaks. Poi, di lui si sono perse le tracce. Come il suo antenato, che omaggia obliquamente nel nome d'arte (Hermann Melville, autore di Moby Dick), Moby è un intellettuale newyorkese dai saldi principî e dalle granitiche convinzioni. E vegano, non mangia né indossa prodotti di origine animale. Campiona senza limiti e registra in casa, in uno stanzino che è tutto ciò di cui ha bisogno per realizzare i suoi dischi. Con Play, mette a frutto un colpo di genio: i suoi campionamenti sono presi da canti della tradizione americana, quasi tutti pescati nella raccolta storica dello Smithsonian Institute. Il che lo libera dal vincolo della richiesta di liberatoria ad autori e interpreti e al tempo stesso dà al suo stile una profondità di accenti che i suoni sintetici della modernità non possono avere. In tal modo, non ha neppure bisogno di cantare (non è esattamente la sua specialità, e lui lo sa bene), si può riferire a un'eredità culturale che molti ascoltatori hanno dentro di sé senza neppure saperlo e non paga diritti d'autore. Moby non è un furbacchione, comunque, è un musicista vero: i vecchi compari dell'elettronica pif sperimentale ne criticano la tendenza ad andare incontro a un pubblico pid ampio, ma il senso del suo nuovo album è proprio questo: rileggere in chiave postmoderna l'antica arte della canzone, smontarla e rimontarla fino a renderla qualcosa di nuovo, fino a far diventare la citazione una forma d'arte, grazie all'immersione in un contesto del tutto nuovo cambiare il significato di segni antichi, forse addirittura archetipi. Se ne accorge per primo il mondo della pubblicità, che prima ancora che diventi un successo saccheggia Play oltre ogni limite per le proprie campagne commerciali. Pare che piü di duecento società acquistino i diritti d'uso delle canzoni di Moby, facendo di lui un uomo ricco. Poi se ne accorgono anche gli ascoltatori, e l'album sarà venduto a milioni di copie (oltre dieci), il che pone un interessante questione agli studiosi di comunicazione: chi ha venduto chi? , chi ha promosso chi? E poi ancora: la pubblicità uccide il rock'n'roll o il rock'n'roll deve essere cosi astuto da servirsene per i propri scopi? Quando si capirà quali siano questi scopi, sarà possibile rispondere.

di P. M. Scaglione - Rock! (Einaudi)